Psicologia clinica e Psicopatologia

Klinička psihologija i Psihopatologija

La psicologia clinica e la psicopatologia rappresentano sottodiscipline della psicologia e sono strettamente interconnesse, poiché, in sintesi, si occupano dei disturbi mentali.
I disturbi mentali si riferiscono a una sindrome psicologica o comportamentale clinicamente significativa (cioè rilevante per la valutazione e il trattamento in ambito clinico), costituita da un insieme di sintomi e segni, che colpisce un individuo in qualsiasi periodo dello sviluppo della vita ed è associata a disagio, disabilità (difficoltà di funzionamento in una o più aree fondamentali della vita) o persino a un rischio di sofferenza legata alla morte, al dolore, alla menomazione o alla perdita della libertà.
L’accettazione del proprio disturbo mentale, individuato attraverso una valutazione psicodiagnostica approfondita e che risulta dominante nel funzionamento della persona valutata, rappresenta uno dei primi passi verso la risoluzione dei problemi connessi a tale disturbo.
È difficile trovare una persona sul pianeta che non presenti alcun problema psicologico; tuttavia, per la psicologia clinica risultano rilevanti solo quelli clinicamente significativi, ovvero quelli che compromettono il funzionamento del bambino o dell’adulto in uno o più ambiti della vita.

Se i bambini iniziano ad avere difficoltà a scuola, se i giovani incontrano ostacoli nel loro progresso accademico o se gli adulti diventano disfunzionali e irresponsabili sul lavoro, ciò rappresenta già un segnale di allarme che indica che, sullo sfondo, sta accadendo qualcosa a livello della personalità e che i problemi sono diventati “clinicamente indicativi”. Talvolta i problemi sono esclusivamente di natura psicologica, mentre in altri casi sono anche di natura biologica. I problemi di natura biologica, di regola, coinvolgono anche la psiche, mentre quelli esclusivamente psicologici incidono sul piano biologico solo fino al momento in cui non vengono elaborati psicologicamente attraverso metodi e tecniche adeguate di acquisizione dell’autoconsapevolezza. Ogni individuo manifesta i disturbi mentali in modo specifico, in base alle proprie caratteristiche individuali, ed esistono notevoli differenze interindividuali nelle manifestazioni dei disturbi psichici. Tuttavia, gli scienziati hanno dovuto elaborare determinate classificazioni dei disturbi mentali, alle quali è necessario attenersi nella pratica professionale e nella ricerca scientifica. È però noto che nessun disturbo mentale, di regola, si presenta isolatamente e che quasi sempre è presente in comorbidità con altri disturbi o con sintomi di altri disturbi, dando luogo a difficoltà mentali combinate nella vita quotidiana, alcune delle quali sono più facilmente superabili, mentre altre lo sono meno. Il trattamento psicologico dipende in larga misura dalla persona che si sottopone a tale trattamento, ovvero dalla sua motivazione, e, dall’altra parte, anche dall’esperienza e dalla dedizione dello psicologo che fornisce i servizi di trattamento psicologico. La psicodiagnostica rappresenta anch’essa una fase iniziale del servizio terapeutico, poiché riguarda il riconoscimento del problema e la definizione di un piano per la sua risoluzione.

I disturbi mentali sono classificati nella Classificazione Internazionale delle Malattie, della quale la nuova versione ICD-11 è stata pubblicata ed è entrata in uso a partire dal 1° gennaio 2022; nonché nel Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, quinta edizione, revisione del testo (DSM-5-TR, 2022).
Esistono alcune differenze tra queste classificazioni, sebbene nel tempo gli studiosi e i professionisti del DSM si siano progressivamente adeguati ai criteri dell’ICD, che rappresenta in realtà la classificazione internazionale di tutte le malattie, mentre i disturbi mentali sono inclusi in un unico capitolo (nell’undicesima versione il sesto, nelle versioni precedenti il quinto capitolo).
Attualmente è stato introdotto un nuovo sistema diagnostico; tuttavia, nel nostro contesto è ancora in uso il sistema diagnostico contrassegnato dalla lettera F e da un codice numerico per ciascun disturbo mentale, ad esempio F 43.1 – Disturbo post-traumatico da stress (PTSD). Nella nuova classificazione ICD-11, questo disturbo è codificato con la sigla “6B40”.

Nelle classificazioni ICD-11 e DSM-5-TR, i disturbi mentali, comportamentali e del neurosviluppo sono classificati nei seguenti ambiti:

Questioni relative alla salute sessuale

Disturbi psicotici

Una caratteristica dei disturbi psicotici è che gli psicologi possono riconoscerli, ma non possono trattarli autonomamente senza il supporto della disciplina psichiatrica, ovvero senza un trattamento psicofarmacologico. Quando lo psicologo rileva la presenza di sintomi di un disturbo psicotico in una persona, questa viene indirizzata a una valutazione psichiatrica al fine di stabilire la diagnosi e determinare una terapia farmacologica adeguata.
Accanto alla terapia farmacologica, è necessario attuare anche un trattamento psicologico, affinché l’efficacia del trattamento sia più rapida ed efficace e al fine di ridurre la frequenza degli episodi di peggioramento della malattia. La psicologia aiuta le persone con disturbi psicotici a gestire i propri sintomi.

Nei disturbi psicotici rientrano:

  • Schizofrenia
  • Disturbo schizoaffettivo
  • Disturbo schizofreniforme
  • Disturbo psicotico breve
  • Disturbo delirante
    (es. di tipo paranoide)
  • Altri disturbi psicotici

Schizofrenia

I sintomi psicotici devono persistere per almeno sei mesi;

La presenza di almeno due dei seguenti:

  • deliri o convinzioni deliranti (false credenze prive di fondamento nella realtà);
  • allucinazioni (più spesso uditive, ma possono essere visive, tattili, olfattive o gustative; pertanto il sintomo si riferisce a una “illusione sensoriale” e può coinvolgere qualsiasi senso, tuttavia le più pericolose sono generalmente quelle uditive, soprattutto sotto forma di determinate voci);
  • linguaggio disorganizzato (assenza di coerenza, “insalata di parole”);
  • comportamento fortemente disorganizzato o catatonico (comprende almeno tre dei seguenti:
  • stupor (assenza di reazione all’ambiente, completa assenza di movimento e di linguaggio);
  • catalepsia (mantenimento di una posizione corporea innaturale per un periodo di tempo prolungato);
  • flessibilità cerea (gli arti rimangono nella posizione in cui vengono collocati da un’altra persona);
  • mutismo (linguaggio minimo o assenza di linguaggio);
  • negativismo (resistenza alle istruzioni oppure comportamento opposto a quello richiesto);
  • posturazione (assunzione di posture strane o rigide contro la forza di gravità);
  • manierismi (movimenti ripetitivi ed esagerati che appaiono inappropriati);
  • stereotipie (movimenti ripetitivi e privi di significato, come il dondolarsi o il battere le mani);
  • agitazione (movimenti continui e privi di scopo, in assenza di stimoli esterni);
  • smorfie (produzione di espressioni facciali insolite);
  • ecolalia (ripetizione delle parole pronunciate da un’altra persona);
  • ecoprassia (ripetizione dei movimenti di un’altra persona);
  • sintomi negativi della schizofrenia (mancanza di motivazione, affetto appiattito, linguaggio ridotto).

In passato esistevano sottotipi di schizofrenia (paranoide, catatonica, residua, disorganizzata e indifferenziata), ma essi sono stati eliminati nelle nuove classificazioni ed è stato posto l’accento sulla cosiddetta valutazione psicodiagnostica “dimensionale”. Per questo motivo, i disturbi psicotici schizofrenici vengono considerati come uno “spettro”, e l’attenzione è rivolta all’intensità, ovvero alla “gravità” del disturbo, così come ai sintomi negativi (ritiro sociale, apatia, mancanza di motivazione, ecc.).

Disturbo schizoaffettivo

Questo disturbo implica una combinazione di sintomi della schizofrenia e dei disturbi dell’umore (mania o depressione; pertanto esiste un tipo bipolare, quando sono presenti sia episodi depressivi sia maniacali, oppure un tipo depressivo, quando è presente esclusivamente l’umore depressivo), e i sintomi del disturbo dell’umore sono presenti per la maggior parte della durata del disturbo, ovvero della malattia.

Disturbo schizofreniforme

Questo disturbo si manifesta con sintomi della schizofrenia, ma di durata più breve (da uno a sei mesi) e non conduce necessariamente a una disabilità (come nel caso della schizofrenia). La psicodiagnostica di questo disturbo è importante, poiché le persone che si sottopongono al trattamento possono guarire completamente, mentre coloro che non si riprendono possono sviluppare sintomi di schizofrenia, che rappresenta una malattia cronica.

Disturbo psicotico breve

Indica l’insorgenza improvvisa di sintomi psicotici (come nella schizofrenia) di durata breve, da meno di un giorno fino a un mese. Dopo l’episodio, la persona ritorna allo stato precedente “normale”, ovvero funzionale. Spesso è innescato da un’esperienza traumatica, da un elevato livello di stress oppure, in particolare nelle donne nel periodo post-partum, da un episodio psicotico post-partum (immediatamente dopo il parto).

Episodio psicotico post-partum

Negli stati di episodi psicotici post-partum, alcune puerpere uccidono il proprio bambino, motivo per cui l’infanticidio è considerato una forma di reato “privilegiato”, ovvero di omicidio privilegiato, poiché può essere commesso esclusivamente da donne ed è molto spesso associato alla condizione successiva al parto. Su tale condizione influiscono anche le esperienze vissute durante il periodo prenatale, cioè nel corso della gravidanza.
Gli infanticidi rivestono una particolare importanza per le analisi di psicologia forense e per le perizie giudiziarie, poiché sono molto spesso collegati a esperienze traumatiche di abuso vissute durante l’infanzia e l’adolescenza, molto frequentemente di natura sessuale.

La psicosi post-partum è una grave condizione mentale che si manifesta immediatamente dopo il parto, ovvero nelle settimane successive al parto, ed è considerata un’emergenza medica che richiede un intervento rapido e urgente. I sintomi possono comparire improvvisamente, spesso entro le prime due settimane dopo il parto, e includono:

  • sintomi psicotici (allucinazioni, deliri, pensiero disorganizzato)
  • sintomi correlati all’umore /cambiamenti estremi dell’umore che vanno dall’euforia intensa alla depressione profonda; ansia grave o agitazione, ossia sensazione di irrequietezza, incapacità di rilassarsi, attacchi di panico; irritabilità e aggressività – facilità all’ira e all’agitazione/
  • sintomi comportamentali (insonnia, incapacità di addormentarsi anche in presenza di stanchezza; iperattività intesa come livello eccessivo di energia; comportamento impulsivo e rischioso, assunzione di decisioni avventate; trascuratezza o ossessione nei confronti del neonato – estremo distacco emotivo o coinvolgimento eccessivo);
  • sintomi cognitivi e percettivi (paranoia, difficoltà di memoria e concentrazione, disorientamento nel tempo e nello spazio, perdita del contatto con la realtà);

Le episodi psicotici post-partum sono considerati emergenze psichiatriche, poiché la madre può arrecare danno a sé stessa o al neonato. Esse si manifestano più frequentemente nelle donne con una storia di disturbo bipolare o disturbo schizoaffettivo, nelle quali si sono già verificate in precedenza episodi psicotici post-partum, nonché in presenza di una storia familiare di disturbi mentali.

Se Lei o qualcuno che Lei conosce mostra segni di psicosi post-partum, cerchi immediatamente assistenza medica, chiamando il servizio di emergenza oppure recandosi presso un ospedale. Il trattamento prevede la ospedalizzazione, una terapia farmacologica con antipsicotici e stabilizzatori dell’umore, nonché un supporto psicoterapeutico.

Disturbo delirante o disturbo deluzionale

/ex disturbo paranoide/

Questo disturbo implica la presenza di deliri (bizzarri o non bizzarri) per almeno un mese, senza la presenza di altri sintomi psicotici, come il linguaggio disorganizzato o le allucinazioni. Esistono inoltre i seguenti sottotipi:

  • erotomaniaco (credenza che un’altra persona sia innamorata di loro);
  • grandioso (credenza di possedere abilità e capacità speciali);
  • persecutorio (credenza di essere seguiti, molestati, spiati, intercettati, avvelenati, perseguitati o sorvegliati)
  • geloso (credenza che il/la partner li tradisca senza alcuna prova – si tratta dei problemi più frequenti nelle relazioni intime tra le persone e possono raggiungere il livello di un’interpretazione paranoide della gelosia, che talvolta può concludersi anche in modo fatale, fino all’uccisione della partner, solitamente da parte del partner maschile. Quando sono le donne a essere gelose dei propri partner, tendono maggiormente a drammatizzare e a perdonare più facilmente l’infedeltà sessuale, mentre perdonano con maggiore difficoltà quella emotiva; gli uomini, invece, perdonano più facilmente l’infedeltà emotiva, qualora presente, ma reagiscono in modo più aggressivo all’infedeltà sessuale. Molto spesso, la gelosia maschile è infondata e deriva da sentimenti di insicurezza e di impotenza sessuale. Si raccomanda alle coppie di rivolgersi a un supporto psicologico al fine di superare le difficoltà legate alla gelosia reciproca!).
  • somatico (credenza di essere infestati da parassiti oppure di avere una condizione medica);

Altri disturbi psicotici

Possono essere causati dall’abuso di sostanze psicoattive oppure da altre condizioni mediche (ictus, tumori cerebrali, epilessia, malattie neurologiche, infezioni e altre condizioni mediche). Esiste anche il cosiddetto… disturbo delirante indotto (fr. „folie à deux“ oppure „follia a due“) ) – implica la presenza di deliri in due o più persone, generalmente legate da una relazione emotiva; in questo modo, per induzione da parte di un membro psicotico, tutti i membri della famiglia possono sviluppare una condizione psicotica.

Disturbi dell’umore

I disturbi dell’umore si dividono in bipolari e “unipolari”, ovvero depressivi, poiché il disturbo maniacale puro è quasi inesistente; pertanto, i disturbi dell’umore sono sempre “anche depressivi” oppure “solo depressivi”. Nel disturbo bipolare si verifica un’alternanza di periodi dell’umore caratterizzati da “maniacalità” o “ipomaniacalità” con periodi depressivi, che sono generalmente più duraturi e nei quali possono comparire anche periodi di suicidarietà. Nei disturbi dell’umore rientrano:

  • Disturbi bipolari (tipo I e tipo II)
  • Disturbi depressivi, che includono: disturbo depressivo maggiore; disturbo depressivo persistente (distimia); disturbo da disregolazione dell’umore dirompente; disturbo disforico premestruale.

Disturbi bipolari (tipo I e tipo II)

I disturbi bipolari sono disturbi dell’umore caratterizzati da episodi di umore elevato (maniacale, euforico) e di umore abbassato (depressivo), e si differenziano in base al grado di gravità delle episodi maniacali e al loro impatto sul funzionamento complessivo della persona.

Gli episodi maniacali sono caratteristici del disturbo bipolare di tipo I, mentre gli episodi ipomaniacali e gli episodi di depressione maggiore caratterizzano il disturbo bipolare di tipo II. Mentre gli episodi maniacali nel tipo I durano almeno una settimana, gli episodi ipomaniacali nel tipo II possono avere una durata più breve, di almeno quattro giorni. La mania nel tipo I è grave e può provocare sintomi psicotici, può rendere necessaria la ospedalizzazione o determinare comportamenti pericolosi.

Nel tipo II, gli episodi ipomaniacali non sono così gravi, non sono presenti sintomi psicotici e di norma non è necessaria la ospedalizzazione. Gli episodi depressivi nel tipo I possono essere presenti, ma non sono obbligatori, mentre per la diagnosi del tipo II deve essere presente almeno un episodio di depressione maggiore. Il funzionamento è maggiormente compromesso nel tipo I rispetto al tipo II, poiché l’ipomania può talvolta migliorare la produttività. Il rischio potenziale di suicidio è significativamente più elevato nel tipo II, poiché gli episodi depressivi sono più frequenti.

Il comportamento maniacale (tipo I) implica un livello estremamente elevato di energia, iperattività e instancabilità, mentre nell’ipomania (tipo II) è presente un aumento dell’energia, ma in forma più controllata. Nel tipo I, ovvero nella mania, si osserva un linguaggio accelerato, difficile da interrompere, mentre nell’ipomania (tipo II) si manifesta una maggiore loquacità con accelerazione del discorso, ma in modo meno grave.
L’esposizione grave a comportamenti a rischio (spese compulsive, guida spericolata, consumo di sostanze psicoattive, promiscuità sessuale) è più tipica del comportamento maniacale (tipo I) rispetto a quello ipomaniacale (tipo II), nel quale è presente un certo grado di impulsività, ma non così pericoloso. Nel tipo maniacale possono comparire anche deliri e allucinazioni, mentre nell’ipomania i sintomi psicotici non sono presenti. Le persone in fase maniacale hanno un ridotto bisogno di sonno e si sentono energiche, mentre nell’ipomania il bisogno di sonno è ridotto, ma senza un’estrema spossatezza.

Disturbi depressivi

Depressive Symptome sind der häufigste Anlass, psychologische Hilfe in Anspruch zu nehmen, und solche Symptome müssen mindestens zwei Wochen andauern, um klinisch als das Vorliegen einer depressiven Störung eingestuft zu werden. Dass alle Menschen gelegentlich depressive Zustände erleben, bedeutet nicht zwangsläufig, dass diese als depressive Störung bezeichnet werden können; daher ist eine detaillierte psychodiagnostische Abklärung erforderlich. Es werden mehrere Formen depressiver Störungen unterschieden.

Disturbo depressivo maggiore

Comporta un umore persistentemente molto basso e una perdita di interesse o di piacere in quasi tutte le attività, nonché sintomi quali affaticamento, sentimenti di inutilità, ridotta capacità di concentrazione, pensieri suicidari, sensazione di tristezza, apatia, perdita dell’appetito, perdita di interesse per le attività sessuali, e altri. I sintomi devono persistere per almeno due settimane e causare un livello clinicamente significativo di stress e compromissione del funzionamento quotidiano.
La valutazione del rischio suicidario è obbligatoria in ogni valutazione psicodiagnostica. In alcuni casi, il disturbo depressivo maggiore può essere trattato esclusivamente con un approccio psicoterapeutico; tuttavia, il trattamento più efficace consiste nella combinazione di interventi psicoterapeutici e terapia farmacologica con antidepressivi.

Disturbo depressivo persistente (distimia)

Rappresenta una forma cronica di depressione che dura almeno due anni e si caratterizza per sintomi più lievi rispetto a quelli del disturbo depressivo maggiore, ma di lunga durata e persistenti, che non regrediscono spontaneamente nella persona colpita. Le persone che soffrono di questo disturbo possono presentare episodi di depressione maggiore nel corso della distimia.
Questo disturbo è particolarmente gravoso, poiché può rappresentare un notevole livello di disagio sia per l’ambiente circostante sia per la persona che ne soffre, con conseguenti difficoltà nelle relazioni coniugali e familiari. Il disturbo ha un carattere cronico e il trattamento mira anche ad aiutare la persona ad accettare la propria condizione, in associazione a una terapia farmacologica prescritta dallo psichiatra.

Disturbo da disregolazione dell’umore dirompente

Si tratta di un disturbo caratteristico dell’infanzia e dell’adolescenza, contraddistinto da un umore persistentemente irritabile o collerico, nonché da gravi esplosioni di rabbia che risultano sproporzionate rispetto alla situazione. I sintomi includono scatti aggressivi in combinazione con un umore arrabbiato o irritabile che può durare per giorni, e il disturbo è spesso riscontrato nei bambini con altre malattie o disturbi psichici.

Disturbo disforico premestruale

Gravi cambiamenti dell’umore, irritabilità e altri sintomi che compaiono una settimana prima della mestruazione. Le donne riferiscono spesso dolori o altri disturbi psicologici e cambiamenti dell’umore associati al ciclo mestruale. Viene effettuata una valutazione psicodiagnostica approfondita, che molto spesso comprende la raccolta di una dettagliata anamnesi dello sviluppo psicosessuale. In alcuni casi sono necessari anche altri accertamenti medici o biologici, al fine di escludere cause di natura biologica.

I disturbi depressivi possono essere causati anche dall’abuso di sostanze psicoattive o da altre condizioni mediche, come disturbi neurologici o alterazioni della funzione della ghiandola tiroidea.

Suicidio

Il comportamento suicidario può manifestarsi in diversi modi, dai segnali di allarme più sottili fino a dichiarazioni dirette di intenzione suicidaria. Se Lei o qualcuno che Lei conosce manifesta questi sintomi, è necessario cercare IMMEDIATAMENTE un aiuto psicologico o medico.

I segni psicologici ed emotivi del comportamento suicidario sono:

  • Tristezza intensa o disperazione (sensazione che le cose non miglioreranno mai);
  • Ansia grave o agitazione (preoccupazione costante, irrequietezza, attacchi di panico);
  • Sensazione di intrappolamento o di dolore insopportabile (convinzione di non poter uscire dalla sofferenza provata);
  • Improvvisi cambiamenti dell’umore (drastiche oscillazioni dall’estrema tristezza alla calma, che può indicare la decisione di compiere il suicidio);
  • Senso di colpa o di inutilità (sensazione di essere un peso per gli altri e che la vita non abbia senso);

I segnali comportamentali di allarme sono:

  • Parlare del desiderio di morire («Magari non fossi in questo mondo», «Per tutti sarebbe meglio senza di me»);
  • Ricerca di mezzi per togliersi la vita (ricerca di modalità di morte, procurarsi armi, accumulare farmaci, ecc.);
  • Rückzug von nahestehenden Personen (Meidung von Freunden, Familie und sozialen Aktivitäten);
  • Gettare oggetti di valore o comparsa di desideri insoliti (eliminazione improvvisa di beni preziosi o comparsa del desiderio di scomparire);
  • Aumento dell’uso di sostanze (alcol e droghe);
  • Comportamenti rischiosi o imprudenti (guida pericolosa, autolesionismo, trascurare la propria sicurezza);
  • Improvvisa calma dopo un periodo di stress estremo – segno che la persona probabilmente ha preso la decisione di togliersi la vita;

I sintomi fisici includono:

  • Cambiamenti nei modelli di sonno (dormire eccessivamente o troppo poco);
  • Cambiamenti dell’appetito o del peso – (mangiare significativamente più o meno del solito);
  • Autolesionismo – (tagliarsi, ferirsi con oggetti appuntiti, bruciarsi o altre forme di autolesionismo);

Affaticamento cronico o mancanza di energia – (sensazione costante di esaurimento);

Disturbi d’ansia e disturbi correlati alla paura  

Questi disturbi si suddividono in:

  • Disturbo d’ansia generalizzato
  • Disturbo di panico
  • Disturbi fobici
  • Disturbo d’ansia da separazione
  • Mutismo selettivo
  • Disturbo ossessivo-compulsivo

Disturbo d’ansia generalizzato

Il disturbo d’ansia generalizzato comporta una preoccupazione e un’ansia eccessive e incontrollabili riguardo a diversi ambiti della vita, eventi o attività. I sintomi persistono per almeno sei mesi e causano un disagio significativo o una compromissione del funzionamento quotidiano. Possono inoltre manifestarsi sintomi quali irrequietezza, affaticamento, difficoltà di concentrazione, irritabilità, tensione muscolare, nonché disturbi del sonno.

Disturbo di panico

Il disturbo di panico si riferisce a episodi ricorrenti e inaspettati di attacchi di panico, che si manifestano come improvvisi periodi di intensa paura o disagio. Può includere sintomi quali sudorazione, tremori, aumento della frequenza cardiaca, dolore toracico, mancanza di respiro, nonché la paura di perdere il controllo di sé o la paura di morire.

Disturbi fobici

I disturbi fobici si riferiscono alla presenza di un elevato livello di paura nei confronti di determinate situazioni o oggetti, a causa del quale la persona non è in grado di funzionare adeguatamente nella vita quotidiana. La forma più comune è l’agorafobia, che riguarda la paura degli spazi aperti ed è associata al timore di non riuscire a fuggire nel caso si verifichi un attacco di panico o compaia un’ansia intensa. La persona tenderà a evitare gli spazi aperti, le piazze o i centri commerciali, oppure sperimenterà in tali situazioni una paura intensa accompagnata da sintomi fisici. A causa di questi timori, la persona limita i propri spostamenti e non desidera allontanarsi dalla propria abitazione, poiché ritiene che potrebbe sperimentare un attacco di panico che non sarebbe in grado di controllare.

Esistono anche fobie specifiche, che si riferiscono a una paura eccessiva e persistente di oggetti o situazioni specifiche, come l’altezza, il volo, gli spazi chiusi e ristretti, gli aghi, il sangue e altro. Una forma particolare di disturbo fobico è la cosiddetta “fobia sociale” o disturbo d’ansia sociale, che riguarda un’intensa paura di essere valutati negativamente in situazioni che richiedono determinate abilità o attività sociali. Per questo motivo, le persone affette evitano le situazioni sociali o sperimentano un notevole stress che tali situazioni possono provocare.

Disturbo d’ansia da separazione

Si riferisce a una paura o a un’angoscia intensa legata alla separazione da persone con le quali è stato instaurato un legame emotivo. Si manifesta solitamente nei bambini, ma può comparire anche negli adulti. I sintomi possono essere osservati attraverso la presenza di incubi e sogni angoscianti, sintomi fisici e un marcato stress quando la persona è separata da coloro che ama e con i quali è emotivamente legata.
È molto importante valutare se, nelle situazioni di ansia da separazione, si tratti di un’ansia da separazione “indotta”, che può essere provocata da un adulto nei confronti del bambino, circostanza frequente nei processi di divorzio. In tali casi, un genitore inizia a legare patologicamente il bambino a sé, non consentendogli di sviluppare e costruire ulteriormente una relazione emotiva con l’altro genitore. I legami emotivi patologici tra figli e genitori compromettono le relazioni coniugali e familiari in età adulta, fenomeno che si verifica in particolare nelle famiglie che vivono in nuclei familiari allargati (ad esempio, quando il figlio porta la moglie a vivere con i propri genitori e tutti convivono), con la conseguente comparsa di reazioni negative, soprattutto nei rapporti tra la madre del figlio e la nuora. Da tali dinamiche derivano problemi per i quali le persone si rivolgono al supporto psicologico.

Mutismo selettivo

Si tratta di un disturbo raro nei bambini (che può tuttavia manifestarsi anche nei giovani adulti), in cui la persona colpita non è in grado di parlare in specifiche situazioni sociali (ad esempio a scuola), nonostante la capacità di parlare in altri contesti sociali (ad esempio a casa). È possibile che tale condizione sia associata a una situazione di stress intenso che ha provocato o ha agito come fattore scatenante di tale stato. Ciò viene accertato mediante una dettagliata valutazione psicodiagnostica della personalità e dello sviluppo, nonché attraverso l’analisi di situazioni specifiche e delle reazioni a tali situazioni.

Disturbo ossessivo-compulsivo

Comprende pensieri intrusivi e indesiderati (ossessioni) e comportamenti ripetitivi o attività mentali (compulsioni), messi in atto allo scopo di ridurre la tensione o prevenire la comparsa della paura. Più frequentemente, questo disturbo è caratterizzato da un’eccessiva preoccupazione per la pulizia degli ambienti e dalla paura del contagio, che porta a una pulizia corporea eccessiva, al lavaggio compulsivo delle mani, a bagni frequenti e a un marcato stress quando viene alterato l’ordine delle cose. Questo disturbo può ridurre in modo significativo l’efficienza del funzionamento quotidiano. In questo gruppo rientrano anche i disturbi dell’integrità corporea, nei quali la persona prova disagio nei confronti di determinate parti del proprio corpo o dell’immagine di sé, nonché il disturbo da accumulo, che si riferisce all’eccessivo accumulo di oggetti inutili fino al punto in cui lo spazio abitativo diventa inadeguato al funzionamento quotidiano.

Disturbi correlati allo stress e al trauma

    • Disturbo acuto da stress
    • Disturbo post-traumatico da stress (PTSD)
    • Disturbo dissociativo

      Questi disturbi erano in precedenza classificati all’interno dello spettro dei disturbi d’ansia, ma sono oggi separati come entità cliniche distinte. Si distinguono diversi di questi disturbi:

    Disturbo acuto da stress

    Quando si verifica un evento stressante o traumatico, è possibile una reazione acuta da stress, con sintomi simili a quelli del disturbo post-traumatico da stress, ma di durata più breve (da tre giorni a un mese). Il disturbo dell’adattamento rappresenta una forma particolare di reazione prolungata allo stress e si manifesta solitamente nell’ambiente lavorativo, quando la persona è costantemente esposta a situazioni stressanti, con un conseguente aumento del rischio di sviluppare una sintomatologia da PTSD.

    Un ulteriore disturbo correlato allo stress può essere caratterizzato come disturbo da lutto prolungato. Esso si manifesta in alcune persone che, anche dopo un periodo di lutto “accettabile” a seguito della perdita di una persona amata (o di un animale domestico), continuano a sperimentare uno stress intenso e faticano ad adattarsi alla vita quotidiana. Tale condizione è particolarmente evidente in caso di perdita del partner affettivo o dei figli a causa di morte, malattia o altre circostanze di vita. Il disturbo è quindi associato alla perdita dell’amore e alla paura, ovvero all’incapacità, di poter sperimentare nuovamente un’intensità di amore simile.

    Disturbo post-traumatico da stress (PTSD)

    Si tratta di una sindrome complessa di sintomi ansiosi e comprende pensieri intrusivi legati ai ricordi di eventi traumatici, un’eccessiva attivazione (irritabilità, ipervigilanza, eccessiva cautela), difficoltà del sonno, nonché l’evitamento di luoghi e persone che ricordano l’evento traumatico, e altro. Nella nostra società questo disturbo è molto diffuso poiché molte persone hanno vissuto traumi di guerra; tuttavia il PTSD non è esclusivamente legato a contesti bellici, ma può svilupparsi in chiunque abbia vissuto uno stress intenso e un evento traumatico che rappresentava una minaccia per la vita e l’integrità fisica di un bambino o di una persona. Il PTSD si sviluppa più frequentemente in vittime di lunga durata di abusi fisici, psicologici e sessuali, tra i quali l’abuso sessuale presenta la forma clinica più complessa. Il PTSD può manifestarsi anche anni dopo l’evento traumatico, il che spiega il fenomeno per cui alcune vittime di abusi sessuali denunciano i predatori anni dopo il trauma stesso, ovvero quando questo è stato elaborato in modo più adeguato.

    La forma più grave di questo disturbo è rappresentata dal cosiddetto “PTSD complesso”, che corrisponde al precedente concetto clinico di “modificazioni persistenti della personalità conseguenti a un evento catastrofico”. Ciò significa che in tali casi si è sviluppato un quadro clinico più complesso del PTSD, che è evoluto in una forma cronica ed è difficile da trattare, soprattutto se la persona non accetta e rifiuta il fatto che si tratti di una sintomatologia da PTSD e di modificazioni della personalità, e se tali modificazioni portano allo sviluppo di veri e propri sindromi riconducibili ai disturbi di personalità.

    Disturbi dissociativo

    Si riferiscono a condizioni che si riscontrano più raramente nella pratica clinica e riguardano il disturbo dissociativo dell’identità, più noto come “disturbo di personalità multipla”. Esso viene solitamente osservato in persone che hanno subito gravi forme di abuso durante l’infanzia, prevalentemente in modo continuativo e da parte di una persona molto vicina. Tali condizioni si riscontrano nella pratica soprattutto nelle vittime di abusi sessuali incestuosi.
    A ciò è associata anche l’amnesia dissociativa, che implica l’incapacità di ricordare aspetti dell’evento traumatico o persino l’intero evento traumatico (che può manifestarsi attraverso aspetti inconsci, ad esempio nei sogni o in contenuti di pensiero poco chiari). La persona può trovarsi nell’impossibilità di ricordare i propri dati personali, presentare “vuoti di memoria”, mostrare uno stato confuso o disorientato o addirittura ritrovarsi improvvisamente in luoghi diversi senza sapere come vi sia arrivata (fuga dissociativa).
    Esistono inoltre fenomeni dissociativi denominati derealizzazione e depersonalizzazione. La derealizzazione comporta la perdita della sensazione che il mondo esterno sia reale, mentre la depersonalizzazione rappresenta la perdita della sensazione di un sé reale (una sensazione di distacco dal proprio corpo e dai propri processi mentali, come se l’“io” diventasse un osservatore).

Disturbi dell’alimentazione

    • Anorexia Nervosa
    • Bulimia Nervosa
    • Pica
    • Ortoressia nervosa
    • Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo
      (inglese: Avoidant/Restrictive Food Intake Disorder – ARFID)
    • Obesità
    • Anorexia Nervosa

      L’anoressia nervosa è un disturbo che riguarda una restrizione estrema dell’assunzione di cibo, accompagnata da un’intensa paura di aumentare di peso e da un’immagine corporea distorta. Le persone anoressiche si percepiscono spesso come in sovrappeso, anche quando sono estremamente magre. Molto frequentemente si impegnano in un’attività fisica eccessiva al fine di perdere ulteriormente peso o prevenire l’aumento ponderale. L’assunzione di cibo è rigidamente limitata a una quantità prestabilita, e qualsiasi superamento di tale limite provoca stress. Questa condizione conduce alla malnutrizione, a danni agli organi e, se non trattata, può portare anche alla morte. È associata a depressione, ansia e tendenze perfezionistiche. Si manifesta più frequentemente nelle ragazze giovani in età puberale (sempre più spesso anche nei giovani omosessuali), ma può protrarsi anche in età adulta nelle adolescenti che sono state colpite da questo disturbo, poiché è legata a un’immagine corporea disturbata.

      Bulimia Nervosa

      Si tratta di un altro disturbo tipico del periodo adolescenziale, sebbene non sia escluso che possa manifestarsi anche più tardi nel corso della vita. Esso comprende episodi di abbuffate seguiti da comportamenti compensatori volti a evitare l’aumento di peso, quali il vomito, l’induzione del vomito, l’esercizio fisico eccessivo o persino l’uso di lassativi. Durante le abbuffate viene ingerita una quantità eccessiva di cibo, che successivamente viene eliminata. Nel corso dell’abbuffata la persona avverte una perdita di controllo. Il concetto di sé corporeo risulta compromesso. Le conseguenze includono disidratazione, squilibri elettrolitici, problemi gastrointestinali, erosioni dentali dovute al vomito frequente e altro.
      Se dopo le abbuffate non si verificano comportamenti compensatori, si parla di disturbo da alimentazione incontrollata; spesso compaiono sentimenti di vergogna o di colpa dopo le abbuffate. La persona consuma enormi quantità di cibo in un breve periodo di tempo, mangia più di quanto sia necessario per soddisfare la fame e sperimenta una perdita di controllo durante gli episodi di abbuffata. Tali comportamenti possono condurre a sovrappeso, problemi metabolici, sintomi ansiosi e depressivi e ad altri disturbi psicologici o problemi di salute.

      Pica

      La pica è un disturbo dell’alimentazione caratterizzato dall’ingestione compulsiva di sostanze non commestibili, quali capelli, gesso, vernice e altro. È considerata evolutivamente inappropriata quando si manifesta in età adulta o dopo l’infanzia (poiché i bambini talvolta mettono in atto tali comportamenti, ad esempio mangiando muco nasale secco, capelli, feci e simili).

      Disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo

      È caratterizzato da una mancanza di interesse per il cibo e dall’evitamento di determinati tipi di alimenti; possono inoltre essere presenti preoccupazioni legate al timore che il cibo possa causare soffocamento. Tuttavia, in questo quadro clinico non si riscontra una preoccupazione per il peso corporeo o la forma del corpo.

      Ortoressia nervosa

      (Non è inclusa nei sistemi di classificazione, ma si riscontra nella pratica clinica) – si riferisce a un’ossessione per il consumo di alimenti considerati sani e all’evitamento di cibi ritenuti non sani o impuri, con possibili effetti negativi sul funzionamento sociale e psicologico. In alcuni casi ciò conduce a carenze nutrizionali, poiché vengono evitati alimenti che forniscono all’organismo adeguati valori nutrizionali. La persona si concentra in modo estremo sull’alimentazione sana, fino al punto che ciò può causare un notevole stress nella vita quotidiana (ad esempio il pesare con precisione i grammi di cibo consumato o un’eccessiva preoccupazione ansiosa riguardo a ciò che potrebbe accadere se tali quantità non vengono rispettate). Si manifesta un’ossessione per la qualità e la purezza degli alimenti, per gli ingredienti, i produttori e aspetti simili.

      Sovrappeso (Obesità)

      L’obesità rappresenta una condizione medica specifica (ma strettamente connessa al funzionamento psicologico e spesso anche di origine psicogena), caratterizzata da un’eccessiva quantità di grasso corporeo, che comporta gravi problemi di salute. Essa viene generalmente definita in modo semplice attraverso il rapporto tra peso corporeo e altezza, ovvero mediante il calcolo del cosiddetto BMI (indice di massa corporea, Body Mass Index). L’obesità moderata è considerata tale con un BMI compreso tra 30 e 35, mentre valori superiori a 35 indicano già un’obesità grave e oltre 40 un’obesità molto grave. Le conseguenze per la salute sono rilevanti e possono condurre allo sviluppo di malattie cardiovascolari, al diabete, ad altre patologie autoimmuni, a problemi articolari (osteoartrosi), persino allo sviluppo di alcune forme di cancro, nonché a problemi di salute mentale sotto forma di stati depressivi o ansiosi e di un’autostima molto bassa, dovuti alla stigmatizzazione sociale, a disturbi del concetto di sé corporeo e a limitazioni fisiche.

Disturbi del sonno e della veglia

I disturbi del sonno e della veglia rappresentano una categoria specifica di disturbi che incidono sul benessere mentale delle persone. Con l’uso sempre più diffuso delle tecnologie, queste sono in parte responsabili anche di alcuni aspetti dell’alterazione del bioritmo quotidiano. L’eccessivo progresso tecnologico richiede alle persone un monitoraggio e un adattamento costanti, con la conseguenza di modificazioni del sistema nervoso che, a loro volta, influenzano in modo eccessivamente stimolante o insufficientemente stimolante il bisogno di dormire.
La persona ricorre spesso a soluzioni rapide come i farmaci, mentre alla base del problema può esserci una difficoltà di natura psicologica che non consente l’avvio del processo del sonno. Anche quando il sonno ha inizio, in alcune persone si verificano alterazioni del ciclo sonno-veglia, particolarmente evidenti nei soggetti con esperienze traumatiche. I farmaci sono in alcuni casi necessari, ma dopo un certo periodo la persona può sviluppare resistenza, rendendo necessarie altre metodologie e tecniche.
Talvolta si verifica anche una modifica del bioritmo circadiano. Le persone che lavorano nel turno notturno presentano con particolare frequenza problemi legati al ritmo di sonno e veglia. Lo stress prodotto dal lavoro notturno, l’adattamento al turno mattutino, così come il lavoro notturno in settori quali la ristorazione o il lavoro online dovuto a differenti fusi orari quando si lavora per aziende straniere, possono compromettere il bioritmo del sonno e della veglia. Il sonno, per l’organismo e per la vita psichica dell’essere umano, è come un nutrimento mentale. Esistono inoltre persone che dormono eccessivamente, e più dormono, più avvertono il bisogno di dormire.

Insonnia

Il disturbo si riferisce alla difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, ovvero a “rimanere addormentati”, oppure al risveglio precoce, nel quale la persona vorrebbe continuare a dormire ma non è più in grado di farlo. Tutto ciò può causare un livello significativo di stress e una compromissione del funzionamento nella vita quotidiana.
A differenza di questo disturbo, il disturbo da ipersonnolenza (eccessiva sonnolenza) comporta una sonnolenza eccessiva e una ridotta vigilanza nonostante una quantità di sonno sufficiente. Le difficoltà riguardano il mantenimento dello stato di veglia e sono accompagnate da episodi di sonno prolungati, richiesti anche dopo periodi di sonno più lunghi, con un impatto sulla vita quotidiana che interferisce non solo con le attività della persona interessata, ma anche con quelle delle persone che la circondano.
Molto spesso anche un disturbo del sonno apparentemente “semplice”, come il ben noto russamento, può compromettere in modo significativo la relazione emotiva tra i partner, poiché l’altro partner non riesce a dormire adeguatamente, mentre il “partner che russa” dorme a sufficienza e spesso non comprende le difficoltà vissute dalla persona che “deve dormire con chi russa” (per quanto tali espressioni possano suonare insolite, non esistono termini più adeguati).

Una forma estrema di disturbo del sonno, potenzialmente molto pericolosa per la vita quotidiana, è la “narcolessia”. Essa si riferisce a periodi ricorrenti di attacchi di sonno incontrollabili, durante i quali la persona si addormenta improvvisamente e in modo repentino. Anche il processo del sonno risulta alterato, poiché alcune fasi del sonno vengono compromesse (ad esempio l’insorgenza precoce della fase REM – “rapid eye movement”). Il disturbo può inoltre essere associato a una debolezza muscolare improvvisa.

Disturbi del ritmo circadiano sonno-veglia

Si riferiscono a una mancata sincronizzazione tra il ciclo quotidiano di sonno e veglia delle persone e il loro programma ambientale o sociale quotidiano. Ciò si verifica più frequentemente nelle persone che lavorano su turni (ad esempio poliziotti, vigili del fuoco, personale sanitario, guardie, addetti alla sicurezza, militari, nonché operai industriali e altri lavoratori), ma anche in persone coinvolte in attività illegali, poiché tali attività si svolgono spesso di notte e determinano un’alterazione del ritmo di veglia e sonno. Tale situazione è particolarmente problematica in quanto alle attività criminali è talvolta associato anche l’uso di sostanze psicostimolanti, al fine di “rimanere svegli”.
Le persone cieche possono inoltre presentare un ritmo sonno-veglia diverso dal ciclo di 24 ore tipico della maggior parte degli individui.

I disturbi del sonno correlati alla respirazione – come l’apnea ostruttiva del sonno o l’ipopnea – comprendono episodi ricorrenti di ostruzione delle vie aeree superiori durante il sonno, che determinano una desaturazione dell’ossigeno e un’alterazione del sonno; in altre parole, la respirazione si interrompe, con conseguente compromissione della qualità globale del sonno. L’apnea centrale del sonno si riferisce alla cessazione della respirazione durante il sonno dovuta al mancato invio di segnali respiratori da parte del cervello. L’ipoventilazione nel sonno rappresenta una ventilazione anomala e comporta un aumento dei livelli di anidride carbonica (CO₂) durante il sonno. I disturbi del sonno correlati alla respirazione vengono solitamente valutati in ambito ospedaliero mediante strumenti specifici.

I comportamenti patologici durante il sonno, ovvero le parasomnie, si riferiscono a:

Il disturbo del risveglio dalla fase di sonno non-REM si riferisce al sonnambulismo, ovvero al “camminare nel sonno”, e al terrore notturno, durante il quale si verificano risvegli improvvisi accompagnati da un’intensa paura e da un’attivazione del sistema nervoso autonomo (attivazione di funzioni corporee inconsce: aumento della pressione arteriosa, accelerazione e intensificazione del battito cardiaco, sudorazione aumentata, aumento della tensione muscolare, dilatazione delle pupille).
Il terrore notturno va distinto dal disturbo da incubi, che comprende sogni ricorrenti e disturbanti, percepiti come minacciosi per la vita o la sicurezza del sognatore.
Nel disturbo del comportamento in sonno REM si verifica la messa in atto di sogni vividi a causa dell’assenza della normale paralisi del sonno REM. La sindrome delle gambe senza riposo si manifesta come un impulso a muovere le gambe a causa di sensazioni spiacevoli, che tendono a peggiorare durante la notte.

I disturbi del sonno possono insorgere in particolare sotto l’influenza dell’uso di sostanze psicoattive e possono manifestarsi come insonnia in caso di assunzione di caffeina e droghe stimolanti (cocaina, anfetamina, metanfetamina, sostanze allucinogene), come parasomnie in relazione alle droghe allucinogene o come ipersonnia in seguito all’uso di sedativi, alcol, oppiacei e altre droghe e farmaci, sia di origine naturale sia di preparazione chimica.

Disturbi del controllo degli impulsi

I disturbi del controllo degli impulsi comprendono difficoltà nell’autocontrollo delle emozioni e dei comportamenti, che portano a condotte quali la violazione delle norme sociali o dei diritti altrui (principalmente a causa di comportamenti aggressivi o violenti). Si distinguono diversi disturbi di questo tipo, e uno di essi è

Disturbo esplosivo intermittente

In questo disturbo si verificano episodi ricorrenti di aggressività impulsiva che non sono proporzionati alla situazione scatenante (ad esempio, una persona alza la voce a un soggetto con disturbo esplosivo intermittente, il quale reagisce lanciando oggetti, rompendo cose, urlando, insultando, offendendo o persino aggredendo fisicamente l’altra persona). Talvolta queste persone mettono in atto anche comportamenti autoaggressivi. Dopo il comportamento violento compaiono spesso sentimenti di colpa, seguiti da scuse rivolte alle persone danneggiate da tali azioni, costituendo un modello comportamentale tipico di questi individui.
Specifici disturbi del controllo degli impulsi includono la cleptomania (incapacità ricorrente di resistere all’impulso di rubare determinati oggetti, nonostante l’oggetto sottratto non sia necessario) e la piromania (appiccare incendi intenzionalmente con fascinazione o piacere associati al fuoco – ad esempio osservare gli incendi, provare piacere per il fuoco appiccato, generalmente senza provare sensi di colpa per i danni causati durante l’incendio).
Nei disturbi del controllo degli impulsi, la persona reagisce senza riflettere sulle conseguenze. Nel disturbo esplosivo intermittente, la capacità di autocontrollo risulta ridotta e la persona non riesce a controllare la carica aggressiva che emerge in tali momenti; nelle forme più gravi di violenza può rendersi necessario l’uso di contenzioni con cinghie mediche, la somministrazione intramuscolare di farmaci sedativi, nonché il ricovero o la detenzione della persona per un periodo di “raffreddamento”.
Pertanto, la persona reagisce in modo aggressivo senza considerare che potrebbe essere perseguita penalmente e sanzionata, ruba o appicca incendi senza riflettere sul fatto che potrebbe essere sottoposta a procedimento penale e finire in carcere. Nell’appiccare incendi e nel giocare con il fuoco, la persona prova persino piacere, come se si trattasse di un gioco di tipo infantile.

Nei bambini e negli adolescenti si sviluppano il disturbo della condotta e il disturbo oppositivo provocatorio, che rappresentano spesso un antecedente di strutture di personalità psicopatiche in età adulta. Il disturbo della condotta nei bambini si manifesta attraverso una violazione persistente delle norme sociali mediante comportamenti aggressivi, violenti, delinquenti e illegali (è evidente che tale disturbo si riscontra anche negli adulti, ma solitamente ha inizio nell’infanzia, si sviluppa durante l’adolescenza e diventa cronico in età adulta sotto forma di disturbo di personalità).
Il disturbo oppositivo provocatorio nei bambini si manifesta con comportamenti rabbiosi, provocatori e vendicativi. Tali bambini causano frequentemente problemi agli altri bambini a scuola, si comportano in modo aggressivo, soprattutto nei confronti dei più deboli, provocano risse, si allontanano dalle lezioni e disturbano la disciplina ovunque ne abbiano la possibilità.
Questi disturbi sono complessi da trattare e molto spesso richiedono interventi medici o altre forme di trattamento istituzionalizzato; nonostante la diffidenza dell’opinione pubblica, esistono soluzioni istituzionali adeguate. È fondamentale, nel riconoscimento dei sintomi e dei segni dei disturbi del comportamento nei bambini e negli adolescenti, rivolgersi tempestivamente a medici e professionisti competenti, poiché quanto prima il problema viene individuato, tanto più facilmente può essere trattato. Come per altre condizioni mediche, anche gli stati psichici sono suscettibili di cambiamento e sono soggetti alle cosiddette reazioni psiconeuroimmunologiche.

Il gioco d’azzardo patologico, oggi denominato disturbo da gioco d’azzardo, in passato era classificato tra i disturbi del controllo degli impulsi, mentre attualmente è inserito tra i disturbi da dipendenza e da uso di sostanze, poiché condivide numerose caratteristiche con essi. Nell’aspetto comportamentale del gioco d’azzardo è indubbiamente presente un disturbo del controllo degli impulsi, poiché la persona incline o dipendente dal gioco “non riesce a resistere” all’impulso di giocare e “non riflette sulle conseguenze” del gioco; inoltre, prova piacere durante il gioco, seguito da sentimenti di colpa dopo aver giocato e da numerosi ripensamenti, che sono caratteristiche più tipiche dei disturbi da dipendenza che dei disturbi del controllo degli impulsi.
Anche i disturbi del controllo degli impulsi tendono generalmente a presentarsi insieme ad altri disturbi psicologici e raramente compaiono in forma isolata. Ogni disturbo mentale rappresenta una predisposizione allo sviluppo di altri disturbi mentali.

Disturbi di personalità

I disturbi mentali più complessi sono i disturbi di personalità, poiché sono molto difficili da modificare e risultano notevolmente più complessi quando si presentano in comorbilità con altri disturbi di personalità o in forma di “tipo misto”. Nella pratica clinica, infatti, si riscontrano talvolta anche “disturbi di personalità misti”, nei quali la sintomatologia di un disturbo è predominante, ma sono presenti anche caratteristiche di altri disturbi di personalità. Tali personalità rappresentano una vera sfida per la valutazione psicodiagnostica e soprattutto per il trattamento psicoterapeutico, che tuttavia non è impossibile, a condizione che la persona sottoposta al trattamento collabori, requisito indispensabile senza il quale la psicoterapia non può essere realizzata per nessun altro problema psicologico.
Esistono diversi disturbi di personalità con sintomi e segni differenti. Può accadere che alcuni sintomi e segni compaiano contemporaneamente in più disturbi, rendendo talvolta necessaria la cosiddetta psicodiagnosi differenziale. Nei sistemi di classificazione vengono descritti i seguenti tipi di disturbi di personalità:

  • Disturbo paranoide di personalità
  • Disturbo schizoide di personalità
  • Disturbo schizotipico di personalità
  • Disturbo antisociale di personalità
  • Disturbo narcisistico di personalità
  • Disturbo istrionico di personalità
  • Disturbo borderline di personalità
  • Disturbo evitante di personalità
  • Disturbo dipendente di personalità
  • Disturbo ossessivo-compulsivo di personalità

Disturbo paranoide di personalità

La caratteristica fondamentale è la sospettosità e la sfiducia nei confronti degli altri, con la tendenza a interpretare le azioni altrui come malevole, anche in assenza di prove che confermino tali convinzioni. Pertanto, le persone interessate nutrono sospetti ingiustificati verso gli altri, credendo che questi le sfruttino, vogliano danneggiarle, ingannarle o ferirle.

Sono costantemente occupati da dubbi riguardo alla lealtà e all’affidabilità di amici e collaboratori e sviluppano in modo continuo sospetti sui motivi del partner, degli amici o dei colleghi. Evitano di condividere informazioni su di sé, sui propri sentimenti e pensieri, poiché ritengono che possano essere utilizzate o strumentalizzate contro di loro. Interpretano erroneamente commenti insignificanti come minacciosi o come critiche rivolte personalmente a loro.

Spesso mantengono a lungo il risentimento e fanno fatica a perdonare offese o minacce percepite. Reagiscono rapidamente con rabbia e ostilità e mostrano un atteggiamento eccessivamente difensivo o aggressivo.

Sono presenti anche sospetti di infedeltà del partner, e la persona può accusare costantemente il partner di tradimento. Talvolta, dietro tali accuse paranoidi si celano in realtà reazioni difensive, poiché proprio la persona che accusa è quella infedele; si tratta di un meccanismo di difesa di tipo nevrotico, volto ad “anticipare” il partner e ad accusarlo falsamente di infedeltà al fine di nascondere la propria. Possono inoltre essere presenti idee di persecuzione, ovvero la sensazione che le persone cerchino intenzionalmente di ostacolarli per arrecare loro danno.

Disturbo schizoide di personalità

La caratteristica fondamentale è una gamma ristretta di espressione emotiva e il distacco dalle relazioni sociali nei rapporti interpersonali. Tali personalità sono introverse, preferiscono attività individuali e mostrano indifferenza nei confronti delle opinioni o dei desideri degli altri. Non manifestano interesse nello stabilire relazioni strette, spesso non sono particolarmente legate nemmeno ai membri della propria famiglia e non sviluppano legami emotivi significativi con i partner affettivi.

Preferiscono trascorrere il tempo da soli piuttosto che partecipare ad attività sociali o praticare hobby che coinvolgano altre persone (ad esempio, se amano fare escursioni, preferiscono farle da soli). La loro espressione emotiva è fortemente limitata, al punto che per gli altri risulta molto difficile riconoscere come si sentano e quale emozione sia dominante in un determinato momento.

Manca loro l’interesse per le attività sessuali con gli altri; presentano quasi assenza di appetito sessuale, ovvero di desiderio sessuale, e sono asessuali. Non reagiscono né alle lodi né alle critiche ed è loro indifferente che l’opinione degli altri nei loro confronti sia positiva o negativa.

Possono dare l’impressione di freddezza emotiva e distacco e risultano generalmente emotivamente distanti, indifferenti e freddi nelle relazioni con gli altri. Hanno poco o nessun desiderio di instaurare relazioni intime, motivo per cui le loro interazioni sociali con gli amici sono limitate o possono anche non avere amici. Dal punto di vista sociale sono più ritirati, con pochissime interazioni sociali, che spesso non valorizzano né ricercano attivamente.

Non mostrano alcun desiderio di partecipare ad attività di gruppo (anche gli incontri familiari risultano per loro irrilevanti) e presentano una risposta emotiva ridotta agli eventi della vita, anche quando questi sono significativi (ad esempio l’arrivo di un nuovo membro della famiglia, un matrimonio, il successo o l’insuccesso di qualcuno, la perdita di una persona cara). Hanno difficoltà a comprendere, accettare e adattarsi alle norme sociali o alle regole convenzionali.

Disturbo schizotipico di personalità

Si riferisce a comportamenti eccentrici, credenze bizzarre, pensiero distorto e ansia sociale; tali personalità presentano distorsioni cognitive o percettive e provano un forte disagio nelle relazioni intime. Possono credere a cose prive di fondamento nella realtà, come la telepatia, la superstizione o la convinzione di possedere capacità speciali (soprannaturali). Presentano inoltre esperienze percettive insolite sotto forma di distorsioni sensoriali (ad esempio la sensazione di essere osservati), ma non nel senso di vere e proprie esperienze allucinatorie.

Si vestono in modo non convenzionale e presentano uno stile di linguaggio insolito, un linguaggio del corpo atipico e manierismi peculiari. Provano disagio e tensione in presenza degli altri, soprattutto nelle relazioni intime, e spesso si sentono diversi o come se non fossero compresi dagli altri. Di solito manifestano anche sospettosità o ideazioni paranoidi, con una tendenza a essere eccessivamente diffidenti o paranoici, credendo che le altre persone vogliano far loro del male o ingannarli senza prove sufficienti (si tratta di un contenuto di pensiero personale e distorto – una distorsione cognitiva).

Il linguaggio può essere metaforico e difficile da seguire (soprattutto per persone con minori capacità cognitive), e i pensieri possono apparire sconnessi o astratti. Manca la presenza di relazioni amicali strette e di persone di fiducia; spesso hanno pochi amici, se non nessuno, al di fuori dell’ambito familiare (sebbene nemmeno i membri della famiglia siano necessariamente percepiti come vicini e nei loro confronti siano generalmente emotivamente distaccati).

Presentano per lo più risposte emotive inappropriate a determinate situazioni. Le loro convinzioni distorte possono influire negativamente sull’accettazione e sulla comprensione delle norme e delle regole sociali, nonché sulla formazione di relazioni stabili e significative. Manifestano una marcata superstizione, credendo in attività paranormali quali esperienze soprannaturali, occultismo, satanismo e simili.

Disturbo antisociale di personalità

/Psihopatija/

Nell’opinione pubblica è più noto con il termine semplificato di “psicopatia” ed è caratterizzato dal mancato rispetto e dalla violazione dei diritti altrui, impulsività, manipolatività, emotività superficiale, una frequente propensione a una varietà di comportamenti criminali, problemi comportamentali già prima dei tredici anni di età, comportamento sessuale promiscuo, tendenza ad attività rischiose che mettono in pericolo sé stessi o gli altri, uno stile di vita parassitario (a spese degli altri, mediante il loro sfruttamento), assenza di sensi di colpa e di rimorso, nonché incapacità di provare empatia.
Sono inclini a comportamenti che possono costituire motivo di fermo o arresto, quindi inclini alla commissione di reati. Ricorrono a menzogne, identità false o all’inganno degli altri per piacere personale o per ottenere un vantaggio. Le loro funzioni esecutive risultano compromesse a causa di un funzionamento ridotto della corteccia prefrontale, per cui pianificano poco in anticipo, reagiscono in modo impulsivo e agiscono senza considerare le conseguenze.
Alcuni di loro sono coinvolti frequentemente in scontri fisici e risse con altri, esprimono facilmente rabbia, sfogano aggressività sugli altri e diventano violenti. Si impegnano in comportamenti pericolosi quali la guida spericolata di mezzi di trasporto, l’uso di sostanze psicoattive (solitamente stimolanti o in combinazione), atti di violenza, senza alcuna preoccupazione per ciò che potrebbe accadere agli altri.
Sono irresponsabili nei confronti degli obblighi lavorativi (nell’infanzia verso la scuola, successivamente verso il lavoro legalmente svolto; risultano inaffidabili anche nelle attività criminali e diffidenti verso gli altri, poiché partono dal presupposto della propria inaffidabilità), degli obblighi finanziari (non pagano o eludono tasse, assegni di mantenimento e altri impegni economici) o in altri ambiti della vita (ad esempio nelle responsabilità familiari; dimenticano date importanti, sono trascurati nei confronti dei familiari, non provano né esprimono amore se non attraverso valori materiali, e molto spesso non partecipano alle riunioni familiari, pur affermando verbalmente che “la famiglia è al primo posto”).

Ricorrono a giustificazioni quando arrecano danno agli altri, sia sul piano fisico sia su quello emotivo, mostrando prevalentemente indifferenza. Risulta loro facile interrompere relazioni con persone innamorate e manipolare i rapporti affettivi fingendo un coinvolgimento emotivo reciproco. L’immagine di sé è profondamente distorta e, nonostante un livello intellettuale elevato, è presente una marcata compromissione della capacità di introspezione.
Gli individui con disturbo antisociale di personalità e con un elevato livello intellettuale possono risultare relativamente più idonei al trattamento psicoterapeutico, poiché dispongono di competenze cognitive e strategie di funzionamento più sviluppate rispetto a soggetti con minori risorse intellettuali. In tali casi può emergere una parziale capacità di insight, mentre nei soggetti con deficit intellettivo tale possibilità risulta nella maggior parte dei casi fortemente limitata o assente.
Molti individui con disturbo antisociale di personalità possono apparire affascinanti o carismatici; tuttavia tali caratteristiche sono di natura superficiale e vengono utilizzate prevalentemente a fini manipolativi. Parallelamente, esistono persone che, per caratteristiche personali o vulnerabilità specifiche, risultano maggiormente predisposte a diventare vittime di tali dinamiche manipolative.

Disturbo narcisistico di personalità

Ähnlich wie bei Personen mit antisozialer Persönlichkeitsstörung zeigen auch narzisstisch gestörte Personen einen Mangel an Empathie, ein grandioses Selbstkonzept sowie ein übermäßiges Bedürfnis
Analogamente agli individui con disturbo antisociale di personalità, anche i soggetti con disturbo narcisistico di personalità presentano una marcata carenza di empatia, un concetto di sé grandioso e un bisogno eccessivo di ammirazione da parte degli altri (caratteristiche presenti anche nelle personalità antisociali). Non di rado il disturbo narcisistico e quello antisociale coesistono, configurando una delle categorie meno suscettibili al cambiamento, con conseguenze di tipo persistente. In tali soggetti è frequentemente riscontrabile anche una “modificazione persistente della personalità a seguito di eventi catastrofici”, ovvero un disturbo post-traumatico da stress complesso, poiché nelle analisi approfondite emergono quasi sistematicamente storie di diverse forme di maltrattamento durante l’infanzia.
Questi individui tendono a evitare il trattamento terapeutico e mostrano una marcata difficoltà nel confrontarsi con sé stessi, preferendo spesso mettere in atto comportamenti lesivi nei confronti degli altri.

Anche le personalità narcisistiche sfruttano gli altri a proprio vantaggio, presentano un senso grandioso e gonfiato della propria importanza e mostrano una marcata difficoltà nel tollerare le critiche (caratteristica riscontrabile anche nelle personalità psicopatiche). Si aspettano di essere riconosciute come superiori, in assenza di reali basi o risultati concreti. Tendono a esagerare i propri successi e talenti e manifestano fantasie di potere illimitato, successo, bellezza, brillantezza o amore ideale, accompagnate da una costante preoccupazione per l’ammirazione altrui, il raggiungimento di traguardi elevati o la ricerca del partner “perfetto”.

Credono di essere speciali e unici e ritengono di poter essere compresi esclusivamente da persone o istituzioni di alto status. Richiedono una costante valorizzazione, apprezzamento o ammirazione da parte degli altri al fine di mantenere l’autostima e il senso di fiducia in sé. Si percepiscono come privilegiati e ritengono di avere diritto a un trattamento speciale o che i loro desideri debbano essere soddisfatti automaticamente. Gli altri vengono sfruttati per il raggiungimento di obiettivi personali, spesso in assenza di sensi di colpa o rimorso.
Sono presenti difficoltà significative nel riconoscere o nel prendersi cura dei sentimenti e dei bisogni altrui. Provano invidia verso gli altri o credono che gli altri siano invidiosi di loro; tendono pertanto a interpretare i successi come fonte di invidia e a sentirsi feriti quando altri hanno successo, sviluppando rancore persistente. Manifestano inoltre atteggiamenti e comportamenti arroganti e presuntuosi.

Disturbo istrionico di personalità

Il comportamento caratteristico è orientato alla ricerca di attenzione, con modalità esibizionistiche e un’emotività eccessiva e amplificata. I soggetti ricercano costantemente conferme e validazione, mettendo in atto comportamenti drammatici, teatrali o seduttivi al fine di attirare l’attenzione su di sé. Provano disagio quando non sono al centro dell’attenzione o quando non occupano una posizione centrale nelle interazioni sociali.
Manifestano comportamenti sessualmente seduttivi o provocatori inappropriati, sotto forma di flirt, seduzione o interazioni provocatorie con gli altri, anche quando tali comportamenti non sono congrui al contesto in cui si trovano (ad esempio, durante la richiesta di aiuto psicologico, quando anziché affrontare la propria problematica tentano di sedurre il terapeuta, oppure in ambito lavorativo, utilizzando modalità seduttive a fini strumentali per ottenere posizioni o vantaggi).

Le emozioni cambiano rapidamente e sono superficiali; le reazioni emotive risultano eccessive e, a causa della loro rapida variabilità, appaiono poco profonde e non autentiche. L’aspetto fisico viene utilizzato in modo strumentale per attirare l’attenzione, con un’eccessiva focalizzazione sull’immagine, sull’abbigliamento provocante o su modalità espressive vistose (ad esempio risate rumorose, trucco appariscente, colori o combinazioni cromatiche sgargianti, elevata intensità vocale, teatralità).
Le emozioni vengono espresse in modo teatrale, drammatico ed esagerato, in particolare attraverso il linguaggio, dando un’impressione di artificialità e innaturalità, poiché la risposta emotiva risulta sproporzionata rispetto alla situazione.

Presentano un’elevata suggestionabilità e risultano facilmente influenzabili da altre persone o da circostanze contingenti, poiché le opinioni e le convinzioni cambiano rapidamente e si basano prevalentemente su ciò che pensano gli altri; è presente una carenza di identità personale stabile. Le relazioni e i legami interpersonali possono essere percepiti come più intimi o significativi di quanto non siano in realtà, con una tendenza a interpretare erroneamente rapporti ordinari come più stretti o rilevanti di quanto effettivamente siano.

Il linguaggio è impressionistico e povero di dettagli; risulta drammatico, vuoto o eccessivo, privo di profondità e di contenuto sostanziale, dando l’impressione di “non avere un punto centrale”. In assenza di attenzione da parte degli altri, tendono a diventare facilmente frustrati. Il senso del proprio valore è fortemente legato alle conferme esterne piuttosto che a una fiducia in sé stabile, che appare marcatamente labile.

Ricorrono a comportamenti manipolativi e utilizzano la seduzione, il fascino o un’eccessiva espressività emotiva per ottenere ciò che desiderano. Presentano difficoltà nella costruzione di relazioni profonde e faticano a mantenere rapporti stabili e significativi, poiché il loro bisogno costante di attenzione risulta nel tempo gravoso per il partner.

Disturbo borderline di personalità

Il disturbo viene molto frequentemente definito anche come disturbo di personalità emotivamente instabile, in quanto caratterizzato da una marcata instabilità nelle relazioni, nei rapporti interpersonali, nelle emozioni e nel concetto di sé. È presente una intensa paura di rimanere soli o di essere abbandonati, per cui i soggetti mettono spesso in atto sforzi significativi per evitare l’abbandono, sia reale sia percepito.
Il cosiddetto meccanismo di “splitting” (scissione) rappresenta un meccanismo di difesa dominante ed è particolarmente evidente nelle relazioni intense e instabili; le altre persone vengono alternativamente idealizzate o svalutate, con rapide oscillazioni nella percezione dell’altro. L’immagine di sé risulta instabile, determinando frequenti cambiamenti nel senso di identità, negli obiettivi di vita e nei valori personali.

Manifestano pattern impulsivi quali spese eccessive, episodi di abbuffate (soprattutto in adolescenza), abuso di sostanze, comportamenti sessuali a rischio e simili. Sono frequenti comportamenti suicidari ricorrenti (minacce o tentativi di suicidio, lettere di addio, drammatizzazione della suicidalità) nonché condotte di autolesionismo (ad esempio tagli, bruciature, escoriazioni, ferite autoindotte). Le oscillazioni dell’umore sono intense e possono variare da stati di euforia e felicità eccessiva a profonda tristezza, rabbia o ansia, che possono persistere per ore o talvolta anche per giorni.

È presente un senso cronico di vuoto, vissuto come sensazione di nulla interiore, noia o percezione di “vuotezza” interna. Risultano significative difficoltà nel controllo della rabbia, con conseguenti esplosioni improvvise di collera. In situazioni di stress possono manifestarsi sintomi paranoidi o dissociativi. Nelle relazioni intime è frequente un comportamento alternante tra il desiderio di vicinanza e la paura dell’intimità.

Disturbo evitante di personalità

Il disturbo è caratterizzato da inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza e un’eccessiva sensibilità alla valutazione negativa. I soggetti evitano il contatto con gli altri e le attività lavorative o sociali che implicano interazioni interpersonali, per timore di essere criticati, rifiutati o umiliati in ambito sociale o professionale. Tendono a coinvolgersi con gli altri solo se sono certi di essere apprezzati e accettati, evitando pertanto di instaurare amicizie o relazioni in cui non sia presente una chiara e incondizionata accettazione.

Nelle relazioni intime evitano l’avvicinamento emotivo per paura o vergogna di essere derisi. Sono eccessivamente preoccupati di poter essere criticati o rifiutati e si concentrano costantemente su come vengono percepiti dagli altri, con conseguente ritiro sociale. Nelle nuove situazioni sociali risultano inibiti a causa di sentimenti di inadeguatezza. Presentano una bassa autostima e incontrano difficoltà nell’adattarsi a contesti non familiari.

Si percepiscono come inadeguati, sgradevoli o inferiori, con la conseguente presenza di un concetto di sé persistentemente negativo e della sensazione di “non essere abbastanza”, soprattutto nel confronto con gli altri. Tendono a evitare l’assunzione di rischi o la partecipazione a nuove attività, eludendo situazioni non familiari per timore del fallimento o della vergogna.

Disturbo dipendente di personalità

Il disturbo si caratterizza per un bisogno eccessivo di essere accuditi, che conduce a comportamenti sottomessi e dipendenti. È presente una intensa paura della separazione, accompagnata da difficoltà significative nel prendere decisioni, da scarsa fiducia in sé e da una ridotta autonomia; i soggetti fanno frequentemente affidamento sugli altri per il supporto emotivo e fisico.
Anche per scelte semplici necessitano di consigli dettagliati e di continue rassicurazioni. Si appoggiano a amici, familiari o partner per la gestione di aspetti fondamentali della vita, quali le finanze, il lavoro o le attività quotidiane.

Presentano marcate difficoltà nell’esprimere il disaccordo per timore di perdere il sostegno altrui; di conseguenza evitano il conflitto o non contraddicono gli altri anche quando hanno opinioni o atteggiamenti diversi. Faticano a lavorare in modo autonomo e ad avviare progetti, poiché manca loro fiducia nelle proprie capacità e dipendono dagli altri per iniziare o gestire le attività.

Tollerano anche relazioni inadeguate o situazioni di abuso pur di ottenere conferme e supporto. È presente una intensa paura di rimanere soli e la convinzione di non essere in grado di funzionare in modo indipendente. Alla conclusione di una relazione, tendono a ricercarne immediatamente un’altra. Le paure di abbandono risultano irrealistiche e sono costantemente preoccupati di dover provvedere a sé stessi senza l’aiuto degli altri. Il comportamento è spesso passivo e sottomesso; l’autostima e il senso di autoefficacia sono bassi e il rischio di coinvolgimento in relazioni emotivamente abusive è elevato, poiché la paura dell’autonomia li rende particolarmente vulnerabili alla manipolazione altrui.Sie tolerieren auch unangemessene Behandlung oder Missbrauch, um Bestätigung und Unterstützung zu erhalten. Es besteht eine ausgeprägte Angst davor, allein zu bleiben, sowie die Überzeugung, nicht in der Lage zu sein, unabhängig zu funktionieren. Nach dem Ende einer Beziehung suchen sie häufig unmittelbar und dringlich nach einer neuen. Die Angst vor dem Verlassenwerden ist unrealistisch ausgeprägt, und sie sorgen sich ständig, sich ohne die Hilfe anderer selbst versorgen zu müssen. Ihr Verhalten ist häufig passiv und submissiv; sie weisen ein niedriges Selbstwertgefühl und geringes Selbstvertrauen auf und haben ein erhöhtes Risiko, in emotional missbräuchliche Beziehungen zu geraten, da sie aufgrund ihrer Angst vor Unabhängigkeit besonders anfällig für Manipulation durch andere sind.

Disturbo ossessivo-compulsivo di personalità

Non si tratta dello stesso disturbo del disturbo ossessivo-compulsivo, nel quale sono presenti pensieri e comportamenti intrusivi, bensì di una variante di personalità in cui l’individuo considera il proprio modo di pensare e di agire come “corretto”. È presente una preoccupazione eccessiva per l’ordine, il perfezionismo e il controllo, che rende tali personalità particolarmente rigide. I soggetti sono eccessivamente focalizzati su dettagli, regole, elenchi, ordine e organizzazione e attribuiscono un’importanza sproporzionata alla struttura, rendendo le attività più complesse di quanto sia effettivamente necessario.

Il perfezionismo interferisce con il completamento dei compiti, poiché vengono fissati standard eccessivamente elevati, che possono determinare l’incapacità di portare a termine i progetti o favorire comportamenti di procrastinazione (modalità di lavoro concentrata in fasi intensive). I soggetti possono dedicarsi in modo eccessivo al lavoro e alla produttività, attribuendo priorità all’attività lavorativa rispetto al tempo libero e alle relazioni interpersonali, anche quando ciò non è oggettivamente necessario.

Manifestano una marcata rigidità rispetto ai valori morali ed etici e presentano una concezione nettamente dicotomica di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, con scarsa flessibilità nelle convinzioni. Risultano incapaci di disfarsi di oggetti privi di valore, anche in assenza di significato affettivo, poiché mantengono la convinzione che possano essere utili in futuro. Tendono a svolgere personalmente le attività, ritenendo che gli altri non siano in grado di raggiungere i loro standard.
Il denaro viene considerato principalmente come qualcosa da risparmiare in previsione di future difficoltà, piuttosto che da utilizzare per il piacere o la qualità della vita. Mostrano estrema testardaggine e rigidità, insistendo nel fare le cose esclusivamente secondo modalità rigidamente prestabilite, e incontrano notevoli difficoltà nell’adattarsi ai cambiamenti. È presente un elevato livello di autocritica e di senso di colpa. La paura di commettere errori può determinare indecisione. Inoltre, presentano difficoltà nell’espressione emotiva, apparendo freddi o emotivamente distaccati. Nelle relazioni intime vengono spesso percepiti come controllanti ed esigenti.

Disturbi da uso e abuso di sostanze

Il disturbo da uso o abuso di sostanze rappresenta un pattern di comportamenti problematici legati all’uso di sostanze, che determina compromissione clinicamente significativa o disagio quando, nell’arco di dodici mesi, sono presenti i seguenti criteri:

Controllo compromesso

  • Assunzione della sostanza in quantità maggiori o per un periodo di tempo più prolungato rispetto a quanto inizialmente previsto;
  • Presenza di un desiderio persistente o di ripetuti tentativi falliti di interrompere o controllare l’uso della sostanza;
  • Viene dedicato molto tempo all’ottenimento della sostanza, al suo consumo o al recupero dagli effetti della stessa;
  • Forte impulso e desiderio intenso (craving) di utilizzare la sostanza.

Compromissione sociale:

  • Mancato adempimento degli obblighi lavorativi, scolastici o domestici a causa dell’uso della sostanza;
  • Persistenza dell’uso della sostanza nonostante problemi sociali o interpersonali persistenti o ricorrenti causati dall’uso della sostanza;
  • Abbandono o riduzione di importanti attività sociali, lavorative o ricreative a causa dell’uso della sostanza;

Uso rischioso

  • Uso della sostanza in situazioni fisicamente pericolose (ad esempio durante la guida di un veicolo);
  • Persistenza dell’uso della sostanza nonostante la consapevolezza delle conseguenze dannose fisiche e psicologiche;

Criteri farmacologici:

  • Tolleranza (necessità di quantità sempre maggiori della sostanza per ottenere lo stesso effetto);
  • Astinenza (comparsa di sintomi quando si interrompe l’uso della sostanza).

Il disturbo è considerato lieve se sono presenti fino a 3 sintomi, moderato quando sono presenti fino a 5 sintomi, e grave quando sono presenti 6 o più sintomi.
Le sostanze il cui uso o abuso può determinare tale disturbo includono: alcol, cannabis, sostanze allucinogene (LSD, psilocibina), oppioidi (eroina, analgesici ad azione narcotica, ad esempio tramadolo, morfina), sedativi, ipnotici e ansiolitici (ad esempio benzodiazepine come diazepam, bromazepam, ecc.), stimolanti (cocaina, metamfetamina), tabacco e altre sostanze non specificate.

Disturbo da gioco d’azzardo

Si tratta dell’unico disturbo ufficialmente riconosciuto come dipendenza comportamentale. Sono presenti criteri simili a quelli dei disturbi da uso di sostanze, inclusi tolleranza, astinenza e perdita di controllo.
Si manifesta la necessità di impiegare somme di denaro sempre maggiori per raggiungere il livello desiderato di eccitazione (tolleranza).
Sono inoltre presenti irrequietezza o irritabilità quando si tenta di interrompere o cessare il gioco d’azzardo (sintomi di astinenza).
Si osservano tentativi ripetuti di controllare, ridurre o interrompere il comportamento di gioco.

Gli individui diventano preoccupati dal gioco d’azzardo (pensano costantemente alle esperienze di gioco passate, alle scommesse future o ai modi per procurarsi il denaro necessario a giocare).
Giocano in condizioni di stress emotivo, quando provano tristezza, senso di colpa o ansia.
Dopo aver perso denaro, spesso ritornano a giocare il giorno successivo per “recuperare” le perdite, ovvero per riconquistare il denaro perso.
Mentono ad amici, familiari e terapeuti riguardo all’entità del loro comportamento di gioco.
Mettono a rischio o perdono relazioni significative, il lavoro o opportunità importanti a causa del gioco d’azzardo.
Infine, fanno affidamento su altre persone per ottenere denaro al fine di far fronte alle difficoltà finanziarie causate dal gioco.

Attualmente non è ancora ufficialmente riconosciuto come disturbo, ma nella pratica clinica viene identificato come un fenomeno rilevante: il Disturbo da gioco (Internet Gaming Disorder). Tale disturbo non implica necessariamente il gioco online, poiché esistono videogiochi che non richiedono una connessione a Internet.
Questi vengono utilizzati in modo eccessivo e prolungato, prevalentemente da adolescenti, più raramente da adulti e persone anziane, e sono associati a una sintomatologia simile a quella delle dipendenze comportamentali legate al gioco d’azzardo, con la differenza che l’attività centrale è il videogioco. In alcuni casi, il comportamento di gioco può includere anche elementi di gioco d’azzardo all’interno dei videogiochi online.
Il tempo eccessivo trascorso giocando ai videogiochi conduce a stress, cambiamenti comportamentali, alterazioni del ritmo circadiano sonno-veglia e a compromissioni significative del funzionamento quotidiano, potendo inoltre favorire l’insorgenza di altri disturbi psichici.
Nei casi più estremi, alcuni bambini e adolescenti che abusano dei videogiochi possono commettere gravi reati, a causa della perdita del contatto con la realtà e della confusione tra il mondo reale e quello virtuale.

Questioni relative alla salute psicosessuale

/ex. Disturbi sessuali e dell’identità di genere

I disturbi sessuali e i disturbi dell’identità di genere, come venivano precedentemente denominati, si suddividono in disfunzioni sessuali, disturbi parafilici e disforia di genere o incongruenza di genere. Va sottolineato che nell’ICD-11 viene adottato un approccio meno stigmatizzante, attraverso la riclassificazione dell’incongruenza di genere nella categoria «Condizioni correlate alla salute sessuale», sebbene in precedenza fosse riconosciuta come «disturbo dell’identità di genere».
In generale, nella popolazione esiste una forte resistenza nell’affrontare il tema della sessualità, in particolare la psicopatologia della sessualità.
Le disfunzioni sessuali riguardano problemi legati al desiderio sessuale e alla risposta sessuale.
I disturbi parafilici si riferiscono a interessi sessuali che causano disagio o conseguenze dannose.
La disforia di genere è uno stato di sofferenza associato alla discrepanza tra l’identità di genere e il sesso biologico assegnato alla nascita.
Tali disturbi possono avere un impatto significativo sul benessere emotivo, sociale e psicologico generale. Tuttavia, sono disponibili opzioni terapeutiche, ed è pertanto fondamentale parlare apertamente dei problemi sessuali con uno psicologo e cercare un intervento tempestivo qualora il problema venga riconosciuto. Esaminare più dettagliatamente la sezione „Sessualità umana / Psicosessuologia“

Disfunzioni sessuali

Si riferiscono a difficoltà persistenti nella risposta sessuale, nel desiderio sessuale o nell’orgasmo, che determinano un livello clinicamente significativo di disagio e una compromissione del funzionamento quotidiano, in particolare della vita sessuale, con effetti negativi conseguenti sul benessere psicologico.

Il disturbo da desiderio sessuale ridotto (ipoattivo) o il disturbo dell’eccitazione sessuale si riferisce a un desiderio sessuale basso o assente, ovvero a un interesse o livello di eccitazione sessuale ridotto. Nelle donne, questo rappresenta la forma più frequente di disfunzione sessuale.
Su tale disturbo incidono diversi fattori, tra cui l’attrattività del partner, malattie o problemi di salute del partner, conflitti nella relazione di coppia e l’interesse per le attività sessuali.
Sono presenti anche fattori individuali, quali l’immagine corporea, l’ansia, la sintomatologia depressiva, i disturbi del comportamento alimentare, la presenza di esperienze traumatiche di abuso, in particolare di natura emotiva e sociale, lo stress, la paura dell’intimità o della gravidanza, ecc.
Alla riduzione del desiderio sessuale contribuiscono inoltre fattori fisiologici, come il consumo di alcol e droghe, l’assunzione di determinati farmaci, problemi ormonali, malattie autoimmuni o patologie croniche, ecc.

La disfunzione erettile si riferisce alle difficoltà nel raggiungere o mantenere un’erezione (negli uomini) nella misura necessaria per svolgere un’attività sessuale.
Questo disturbo rappresenta uno dei problemi sessuali più comuni negli uomini e aumenta con l’avanzare dell’età.
Quando si manifesta in uomini giovani, è prevalentemente di origine psicologica, mentre negli uomini più anziani le cause sono per lo più di natura biologica.
Sono disponibili diverse opzioni terapeutiche farmacologiche per il trattamento della disfunzione erettile.

L’eiaculazione ritardata è caratterizzata da una persistente ritardata eiaculazione o dall’incapacità di eiaculare nonostante un’adeguata stimolazione sessuale.

L’eiaculazione precoce si verifica molto rapidamente, generalmente entro un minuto dalla penetrazione, talvolta leggermente più tardi, ma prima che la partner o il partner raggiunga l’orgasmo.
In alcuni casi, l’eiaculazione può avvenire anche immediatamente prima della penetrazione.

Il disturbo del dolore genito-pelvico/da penetrazione è associato a dolore o paura del dolore durante il rapporto sessuale.

Il vaginismo si riferisce a contrazioni involontarie della muscolatura vaginale, molto spesso di origine psicogena, associate a paura, vergogna, esperienze traumatiche e ansia, in particolare quando legate a traumi non elaborati.

La dispareunia si riferisce a un rapporto sessuale doloroso e può interessare sia uomini che donne, risultando tuttavia più frequente nelle donne.

Disturbo dell’orgasmo nelle donne

Si tratta di una condizione molto frequente tra le donne nella nostra cultura, dovuta a una conoscenza insufficiente della sessualità femminile, nonché al fatto che le ragazze durante l’adolescenza spesso non praticano attività masturbatorie, il che conduce a una scarsa familiarità con la sensazione dell’orgasmo.
Parallelamente, gli uomini sono spesso poco informati sull’anatomia e sulla fisiologia femminile e non conoscono adeguatamente gli organi genitali interni femminili né la muscolatura necessaria al raggiungimento dell’orgasmo nella donna.
Di conseguenza, alcune donne sperimentano difficoltà nel raggiungere l’orgasmo o presentano una ridotta intensità dell’orgasmo.
Può inoltre essere presente un interesse sessuale ridotto o una diminuzione del desiderio sessuale.

Oltre a queste condizioni, esiste anche un ulteriore stato associato alla salute sessuale, che non è classificato come disturbo, pur trattandosi di un insieme di sintomi e segni che interessano gli aspetti cognitivi, emotivi e sociali del funzionamento, nonché il comportamento. Tale condizione riguarda il comportamento ipersessuale, ovvero l’ipersessualità, talvolta definita anche come dipendenza sessuale o comportamento sessuale compulsivo.
Ad oggi, la comunità scientifica non ha ancora raggiunto un consenso sull’inclusione del disturbo sessuale iperattivo o dell’ipersessualità nelle classificazioni dei disturbi mentali.

I disturbi parafilici,

I disturbi parafilici sono impulsi o comportamenti sessuali intensi e persistenti (inclusi pensieri e fantasie) che coinvolgono persone incapaci di fornire un consenso volontario, oggetti non umani oppure sofferenza o umiliazione.

Il disturbo voyeuristico si riferisce al raggiungimento dell’eccitazione sessuale attraverso l’osservazione di altre persone che sono senza vestiti o impegnate in attività sessuali.

Il disturbo esibizionistico si riferisce all’eccitazione sessuale ottenuta mostrando i propri genitali a passanti casuali, che non si aspettano tale comportamento.

Il disturbo frotteuristico consiste nell’eccitazione sessuale ottenuta attraverso il contatto fisico o lo strofinamento contro una persona che non fornisce un consenso volontario.

Il disturbo da masochismo sessuale si riferisce al raggiungimento dell’eccitazione sessuale attraverso l’essere umiliati, percossi o legati.

Il disturbo da sadismo sessuale consiste nel raggiungimento dell’eccitazione sessuale attraverso l’inflizione di sofferenza psicologica e/o fisica ad altre persone.

Il disturbo pedofilico si riferisce a una attrazione sessuale nei confronti di bambini di età inferiore ai 18 anni, ovvero di minori che sono più giovani di almeno cinque anni rispetto all’adulto che intraprende un’attività sessuale con un minore o un bambino.
Secondo le convenzioni internazionali, sono considerati bambini i soggetti fino al compimento del 18º anno di età. È tuttavia importante sottolineare che molti giovani non raggiungono un adeguato livello di maturità mentale nemmeno a 18 anni e, di conseguenza, non possiedono una sufficiente maturità psicosessuale per fornire un consenso volontario a un’attività sessuale con una persona mentalmente più matura.

Il disturbo zoofilico comprende eccitazione sessuale e fantasie di rapporti sessuali con animali. Tale condizione è talvolta riscontrabile in alcuni individui che non dispongono di una vita sessuale adeguata, che possiedono animali domestici o che operano in specifiche professioni, come quelle legate alla cura degli animali.
Le vittime animali più frequentemente coinvolte sono cani e gatti (come animali da compagnia), seguiti da pecore, capre e asini (come animali da allevamento), nonché cavalli e suini (più raramente).

Il disturbo necrofilico si riferisce al raggiungimento dell’eccitazione sessuale attraverso fantasie o rapporti sessuali con cadaveri.
Questo disturbo può essere in larga misura considerato di natura psicotica oppure riscontrarsi in soggetti con una struttura di personalità marcatamente psicopatica.

Il disturbo coprofilico si riferisce al raggiungimento dell’eccitazione sessuale attraverso l’integrazione delle feci nell’attività sessuale, ad esempio mediante lo spalmare le feci sul corpo, il consumo di feci (coprofagia) o altre modalità di defecazione davanti al partner, l’esecuzione di clisteri, ecc.
È importante sottolineare che tale comportamento non deve necessariamente essere considerato un disturbo, qualora tutte le persone coinvolte forniscano un consenso volontario a questo tipo di attività “sessuale”.

Il disturbo feticistico consiste nel raggiungimento dell’eccitazione sessuale attraverso specifici oggetti o parti del corpo, come piedi, scarpe o latex.

Il disturbo transvestitico si riferisce al raggiungimento dell’eccitazione sessuale attraverso l’indossare abiti del sesso opposto.

Disforia di genere

La disforia di genere è uno stato di stress o disagio derivante dalla discrepanza tra l’identità di genere della persona e il sesso biologico assegnato alla nascita (in precedenza si utilizzava il termine «disturbo dell’identità sessuale o di genere»). Non tutte le persone transgender sperimentano la disforia di genere.
La disforia di genere può manifestarsi nei bambini, presentandosi come un desiderio persistente di appartenere al genere opposto, accompagnato da forti preferenze per ruoli e attività tipiche del genere opposto. Possono essere rifiutati giocattoli o abiti considerati tipici del sesso biologico.
Negli adolescenti e negli adulti è spesso presente un forte desiderio di essere trattati come persone del genere opposto. Si manifesta disagio nei confronti delle proprie caratteristiche sessuali primarie e secondarie. Si sviluppano inoltre preferenze per l’abbigliamento, i ruoli e le attività associati al genere con cui la persona si identifica.
A causa dello stress legato alle questioni di identità di genere, possono comparire ansia, sintomi depressivi o ritiro sociale. È frequente una convinzione profonda che i propri sentimenti ed esperienze siano in contrasto con quelli tipici del sesso biologico assegnato alla nascita.

Il modo in cui si sviluppa questa condizione non è ancora completamente chiarito. È tuttavia molto probabile che durante il periodo prenatale si verifichino variazioni nella produzione di testosterone, le quali influenzano lo sviluppo del sistema nervoso e del cervello, che può presentare caratteristiche più simili a quelle del sesso opposto rispetto a quello assegnato alla nascita.
Le esperienze personali, le aspettative sociali e lo stato di salute mentale possono incidere sui livelli di stress. Anche il supporto familiare, l’accettazione da parte dei pari e gli atteggiamenti culturali influenzano in modo significativo l’esperienza individuale della disforia di genere.
Nel trattamento non si mira a “correggere” l’identità di genere della persona, bensì ad aiutarla a vivere in modo autentico e con il minor disagio possibile. Il supporto può includere interventi di counseling psicologico e tecniche specifiche di diversi orientamenti psicoterapeutici, finalizzate alla gestione dello stress.
La transizione sociale comprende cambiamenti quali il nome, i pronomi, l’abbigliamento e le modalità di espressione del genere.
La transizione medica può prevedere, negli adolescenti più giovani, l’uso di bloccanti della pubertà (una forma di agonisti dell’ormone di rilascio delle gonadotropine – GnRH), che ritardano la comparsa dei caratteri sessuali secondari bloccando la produzione di testosterone (nelle persone di sesso biologico maschile) o di estrogeni (nelle persone di sesso biologico femminile).

Ufficialmente la disforia di genere non è considerata un disturbo, ma viene trattata come una condizione correlata alla salute sessuale, al fine di evitare la stigmatizzazione delle persone che attraversano significative difficoltà personali. L’obiettivo dell’intervento psicoterapeutico è accompagnare l’individuo nel percorso di transizione sociale e medica.
La transizione sociale e la transizione medica da un “sesso all’altro” rappresentano elementi centrali del processo di supporto. L’obiettivo finale può includere la rimozione chirurgica dei genitali biologici (più frequentemente nei maschi biologici che intraprendono una transizione verso il genere femminile), oppure il mantenimento dei genitali biologici con la rimozione di altri aspetti corporei associati al sesso non vissuto come proprio (più frequentemente nelle donne biologiche che transitano verso il genere maschile, ad esempio mediante la mastectomia).
Sebbene la disforia di genere non costituisca di per sé un disturbo mentale, molte persone, e talvolta interi gruppi o società, tendono a percepire questi individui come “disturbati”. Ciò conduce a emarginazione e a un ostacolo del processo di transizione, generando difficoltà psicologiche simili a quelle riscontrabili anche nelle persone di genere conforme (non disforiche).

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Dzanan Berberovic

Dzanan Berberovic