Psicologia dello svillupo È un ramo della psicologia che si occupa degli aspetti psichici dello sviluppo umano dal concepimento alla morte. Ciò significa che comprende tutte le fasi della vita: il periodo prenatale, la prima infanzia (neonatale), la prima infanzia (fino al terzo anno di vita), l’età prescolare (fino all’ingresso a scuola) e l’età scolare, all’interno della quale si sviluppa la pubertà (un processo individuale che solitamente inizia durante l’adolescenza, ma in alcuni casi anche prima). A questa segue l’adolescenza, considerata il periodo psicologico della pubertà, ovvero un prolungamento della giovinezza fino all’età adulta.
Successivamente si distinguono la prima età adulta (dopo l’adolescenza), la mezza età adulta (dai trent’anni ai cinquanta), la tarda o matura età adulta (fino ai sessant’anni), la vecchiaia (generalmente a partire dalla seconda metà dei sessant’anni) e, infine, la morte.
Mentre la psicologia dello sviluppo studia gli aspetti di ciò che viene considerato uno sviluppo “normotipico”, la psicopatologia dello sviluppo si occupa dello sviluppo psichico che si discosta da tale percorso. Essa riguarda lo studio, l’identificazione e il trattamento dei disturbi mentali nell’infanzia e nell’adolescenza.
Alcuni di questi disturbi sono definiti disturbi del neurosviluppo.
Ogni fase della vita comporta specifici compiti psicologici che devono essere affrontati. Il superamento efficace di tali compiti o “crisi” consente il passaggio alle fasi successive dello sviluppo e la capacità di affrontare i compiti caratteristici di ciascuna fase evolutiva.
In psicologia, tali compiti vengono generalmente suddivisi in compiti cognitivi (che richiedono impegno mentale e intellettivo), compiti emotivi e compiti legati a specifiche crisi dello sviluppo psicosociale.
Sviluppo prenatale – fase della gravidanza, dal concepimento alla nascita
Lo sviluppo prenatale rappresenta il periodo di sviluppo che va dal concepimento alla nascita ed è una fase inconscia della vita, della quale nessuno di noi può avere ricordo. Tuttavia, in questo periodo riveste un’importanza fondamentale la cosiddetta psicologia della donna in gravidanza, ovvero il vissuto psicologico della gravidanza, poiché il comportamento materno e il funzionamento psichico della madre durante la gravidanza contribuiscono in misura significativa non solo all’andamento della gravidanza stessa, ma pongono anche le basi per il futuro sviluppo psichico del bambino.
Le conoscenze relative allo sviluppo prenatale, ossia a questa fase della vita di ogni individuo, emerse attraverso l’anamnesi psicologica, forniscono indicazioni sull’esistenza e sulla qualità della comunicazione all’interno della famiglia. Si pone, ad esempio, la questione se i genitori abbiano parlato con il bambino di questo periodo dello sviluppo, quale sia stata la natura di tale fase, quali esperienze abbiano vissuto, se vi siano stati trasferimenti, se fossero presenti condizioni di guerra, se si siano verificati episodi di violenza o abuso tra i partner, come sia stata vissuta la gravidanza dalla madre, se la madre abbia fatto uso di alcol, droghe o farmaci e quali fossero le condizioni materiali e sociali di vita durante la gravidanza.
Questi rappresentano solo alcuni dei numerosi interrogativi che vengono presi in considerazione nell’ambito della valutazione psicologica dello sviluppo dell’individuo a partire dal suo periodo prenatale. Un ulteriore elemento di rilievo riguarda il decorso del parto e l’eventuale presenza di complicazioni durante la nascita.
Disturbi del neurosviluppo
I disturbi del neurosviluppo che possono insorgere durante lo sviluppo prenatale o perinatale si riferiscono a condizioni in cui alterazioni verificatesi durante la gravidanza (prenatale) o durante il parto (perinatale) compromettono lo sviluppo del sistema nervoso. Tali disturbi possono determinare numerose compromissioni di tipo cognitivo, motorio, emotivo e sociale.
Le cause prenatali di danno si riferiscono a quei fattori che colpiscono il feto durante la gravidanza della madre e comprendono fattori genetici, infezioni, malnutrizione o alimentazione inadeguata, esposizione a tossine o droghe, nonché complicazioni legate allo stato di salute materno. Tra le infezioni materne più frequenti che possono determinare specifiche alterazioni del neurosviluppo rientrano l’infezione da virus della rosolia, il citomegalovirus e la toxoplasmosi.
L’infezione da virus della rosolia, in particolare nel primo trimestre di gravidanza, può causare disturbi dello spettro autistico e disabilità intellettive. L’infezione da citomegalovirus durante la gravidanza può determinare ritardi nello sviluppo, difficoltà intellettive e altre compromissioni del neurosviluppo. L’infezione parassitaria da toxoplasmosi può condurre a ritardi nello sviluppo, disabilità intellettive, problemi psicomotori e disturbi della vista.
Il consumo di alcol da parte della madre durante la gravidanza può provocare la Sindrome alcolica fetale (Fetal Alcohol Syndrome – FAS), che nel corso dello sviluppo può determinare compromissioni cognitive, ADHD, nonché difficoltà di tipo sociale ed emotivo. L’uso di droghe durante la gravidanza può causare nel bambino difficoltà di apprendimento, problemi nello sviluppo e nel funzionamento dell’attenzione, nonché deficit motori.
I disturbi genetici comprendono sia malattie genetiche ereditarie sia mutazioni de novo nei geni del feto, che possono portare allo sviluppo di condizioni quali la Sindrome di Down, la Fenilchetonuria, la Sindrome dell’X fragile e altre. Una cattiva alimentazione o la malnutrizione materna possono compromettere lo sviluppo cerebrale del feto, determinando disabilità intellettive, ADHD e altri problemi cognitivi e comportamentali. Anche problemi di salute materni, come il diabete o le patologie della tiroide, aumentano il rischio di insorgenza di disturbi del neurosviluppo.
Le cause perinatali si riferiscono a eventi che si verificano durante il parto o il processo di nascita, oppure immediatamente dopo la nascita, e possono includere complicazioni del parto, deprivazione di ossigeno e traumi che compromettono lo sviluppo cerebrale. In tali circostanze può svilupparsi un’encefalopatia ipossico-ischemica, che insorge a causa di una carenza di ossigeno nel flusso sanguigno del cervello del neonato durante il parto o dopo la nascita. Questa condizione può determinare paralisi cerebrale, ritardi nello sviluppo e disabilità intellettive.
La nascita pretermine si riferisce ai bambini nati prima della 37ª settimana di gestazione; tali bambini presentano un rischio aumentato di sviluppare disturbi del neurosviluppo. I traumi da parto riguardano lesioni fisiche che si verificano durante il parto, come traumi cranici o danni al sistema nervoso, e possono comportare deficit motori, disabilità intellettive e paralisi cerebrale.
Le infezioni che insorgono durante o immediatamente dopo il parto, quali la meningite neonatale o la sepsi, possono contribuire allo sviluppo di disturbi del neurosviluppo qualora il cervello risulti coinvolto. L’ittero neonatale rappresenta una forma grave di ittero nei neonati che, se non trattata adeguatamente, può causare danni cerebrali con conseguente perdita dell’udito, compromissioni motorie e ritardi nello sviluppo.
L’identificazione e la comprensione dei fattori prenatali e perinatali che contribuiscono a tali disturbi possono favorire una migliore diagnosi, il trattamento e la potenziale prevenzione di alcune delle conseguenze dannose associate a queste condizioni.
Periodo del lattante (dalla nascita al primo anno di vita)
Lo sviluppo psichico del lattante ha inizio con la nascita. Poiché i lattanti non comunicano verbalmente, la loro valutazione psicologica risulta differente rispetto a quella dei bambini in grado di comunicare verbalmente. Nei lattanti vengono valutate principalmente le capacità psicomotorie, ovvero la sensomotricità, nonché le abilità di comunicazione non verbale con l’ambiente (contatto oculare, sorriso, vocalizzazioni, movimento, stazione eretta, posizione seduta, deambulazione, gattonamento e manipolazioni a livello della zona orale).
Alla nascita vengono esaminati i riflessi psicomotori presenti fin dai primi momenti di vita, che tendono a scomparire nel corso dello sviluppo; al termine del periodo del lattante, tali riflessi primitivi non risultano generalmente più presenti. I lattanti comunicano prevalentemente attraverso il pianto, che indica uno stato di disagio. Poiché attraversano diversi processi di adattamento al mondo esterno, il pianto può essere associato a dolore, sensazioni di disagio, nausea, eruzione dentaria, aumento della temperatura corporea e ad altre condizioni.
Esistono lattanti più tranquilli e lattanti più irrequieti, aspetto che dipende anche dal “temperamento” individuale del bambino, in parte ereditato secondo i meccanismi di trasmissione del funzionamento del sistema nervoso. A causa dell’immaturità del sistema immunitario, i lattanti sono particolarmente suscettibili alle infezioni e necessitano di specifiche misure di protezione contro gli agenti microbiologici. Tuttavia, un’eccessiva protezione può a sua volta contribuire allo sviluppo di un organismo meno resistente, con una ridotta capacità di contrastare le infezioni.
Nel tempo, i genitori o i caregiver costruiscono specifiche relazioni con il lattante, così come il lattante con loro; viene pertanto valutata anche la capacità del bambino di adattarsi a situazioni nuove e sconosciute, nonché l’eventuale instaurarsi di legami emotivi con persone o oggetti presenti nel suo ambiente. A causa della naturale connessione biologica, è quasi una regola generale (pur con alcune eccezioni) che il lattante sviluppi il primo legame emotivo significativo con la madre, per poi estenderlo ad altre figure di riferimento del proprio contesto relazionale.
Nei lattanti, già nella prima fase della vita, è possibile individuare – sebbene con maggiore difficoltà – alcuni disturbi del neurosviluppo. I disturbi dello spettro autistico risultano difficilmente identificabili nel primo anno di vita; tuttavia, nei lattanti viene generalmente monitorato il progresso nello sviluppo sensomotorio. È inoltre possibile rilevare la presenza di disturbi genetici, quali la Sindrome di Down, la Sindrome dell’X fragile, la fibrosi cistica e la malattia falciforme.
I lattanti affetti da Sindrome di Down presentano caratteristiche fisiche tipiche che li distinguono dagli altri bambini, manifestano ritardi nello sviluppo cognitivo e possono presentare cardiopatie congenite e altre problematiche di salute. La Sindrome dell’X fragile si osserva prevalentemente nei maschi e comporta disabilità intellettive e ritardi nello sviluppo, in particolare nel linguaggio; in età successive possono emergere ansia sociale e comportamenti ripetitivi.
La fibrosi cistica è una condizione genetica che interessa principalmente i polmoni e l’apparato digerente; i lattanti possono pertanto presentare problemi respiratori, difficoltà nell’aumento ponderale e diarrea cronica. La malattia falciforme è caratterizzata da una forma anomala dei globuli rossi, che può determinare ostruzioni del flusso sanguigno, episodi dolorosi e un aumento del rischio di infezioni.
I disturbi congeniti si riferiscono alle cardiopatie congenite, alla cosiddetta labiopalatoschisi (“labbro leporino”) e alla spina bifida. Le anomalie strutturali del cuore presenti alla nascita possono variare da forme lievi a forme gravi e possono richiedere interventi chirurgici. I sintomi includono respirazione accelerata, difficoltà nell’alimentazione e cianosi (colorazione blu della pelle).
La labiopalatoschisi (“labbro leporino”) è un difetto congenito in cui il labbro superiore e/o il palato non si sviluppano completamente, determinando difficoltà nell’alimentazione e potenziali problemi nello sviluppo del linguaggio, per cui è generalmente necessario un intervento chirurgico. La spina bifida è una malformazione congenita caratterizzata da un incompleto sviluppo della colonna vertebrale, che può comportare compromissioni fisiche e cognitive, con possibili esiti quali paralisi, disturbi della funzione vescicale o intestinale e difficoltà di apprendimento.
I disturbi del metabolismo si verificano quando l’organismo del lattante non è in grado di metabolizzare adeguatamente determinate sostanze a causa della carenza di specifici enzimi o per altri motivi. La fenilchetonuria è un disturbo genetico del metabolismo in cui il lattante non riesce a degradare l’amminoacido fenilalanina; se non trattata, tale condizione può determinare gravi danni cerebrali. Un trattamento precoce, in particolare mediante diete specifiche, può prevenire queste conseguenze.
L’ipotiroidismo è una condizione in cui la ghiandola tiroidea del lattante non produce una quantità sufficiente di ormoni tiroidei, causando rallentamento della crescita, ritardi nello sviluppo e compromissioni cognitive. Il trattamento precoce con ormoni tiroidei può prevenire l’insorgenza di tali problematiche.
La galattosemia è un raro disturbo metabolico in cui l’organismo non è in grado di metabolizzare lo zucchero galattosio, con conseguenti alterazioni della funzione epatica, cataratta e disabilità intellettive.
I problemi di alimentazione nei lattanti possono manifestarsi a causa di difficoltà anatomiche, neurologiche o di altre condizioni mediche. Può verificarsi la malattia da reflusso gastroesofageo (MRGE), in cui il contenuto gastrico risale nell’esofago, provocando disagio, nausea, vomito o difficoltà nell’alimentazione. Nei lattanti può inoltre comparire una intolleranza al lattosio, che può determinare gonfiore addominale, diarrea e irritabilità.
Le coliche del lattante possono causare pianto eccessivo e prolungato; generalmente insorgono intorno alla terza settimana di vita e persistono fino al terzo o quarto mese. L’eziologia precisa non è completamente chiarita, ma può essere correlata a disturbi del tratto gastrointestinale o all’immaturità del sistema nervoso.
Periodo dell’infanzia
Il periodo dell’infanzia può essere definito come una fase che comprende la prima infanzia, il periodo prescolare e quello scolastico, e che si estende dal primo anno di vita (quando il bambino generalmente smette di essere allattato) fino all’ingresso nella pubertà. Anche in questa fase, di norma, non si può affermare che il periodo dell’infanzia sia completamente concluso, poiché gli adolescenti, sotto certi aspetti, possono essere ancora considerati “bambini”, sebbene non desiderino più esserlo. In questo periodo si verificano cambiamenti più intensi, in particolare in relazione all’inizio dello sviluppo sessuale manifesto e all’emergere degli interessi sessuali.
La fase della primissima infanzia è una fase inconscia dello sviluppo ed è caratterizzata dalla cosiddetta amnesia infantile, ovvero dall’assenza di ricordi consapevoli relativi a questo periodo della vita. Durante la valutazione psicologica, l’individuo possiede generalmente poche informazioni su questa fase, così come sul periodo prescolare, poiché i ricordi tendono ad attenuarsi nel tempo. Tuttavia, intorno al terzo anno di vita si sviluppa la coscienza di sé; in questa fase il bambino inizia a distinguere il proprio “sé” dal “non-sé” e prende avvio la formazione del concetto di sé.
Parallelamente si sviluppa anche la consapevolezza dell’appartenenza a un determinato sesso biologico o genere. Proprio nel periodo prescolare possono emergere alcune forme di non conformità di genere, che possono influenzare lo sviluppo psichico del bambino, in particolare quando risultano non allineate con le norme eterosessuali ed eteronormative della comunità sociale.
I problemi o i disturbi psichici che insorgono durante l’infanzia e l’adolescenza possono talvolta essere molto gravi. Tuttavia, la principale difficoltà nell’ambito dei disturbi psichici dell’età evolutiva è spesso rappresentata dagli adulti, in particolare dai genitori, i quali faticano ad accettare che il proprio figlio presenti un disturbo psichico. L’individuazione precoce delle cause e dei sintomi dei disturbi psichici, invece, consente risultati terapeutici significativamente migliori rispetto alla loro negazione o repressione.
Una problematica specifica riguarda i bambini con disabilità intellettive o, più in generale, i bambini con compromissioni dello sviluppo psicofisico; tuttavia, la difficoltà non risiede nei bambini stessi, poiché essi possono essere educati e supportati nei limiti consentiti dalle loro capacità psicofisiche di sviluppo. Il problema principale si riscontra spesso nei genitori di questi bambini, che non riescono ad accettare la realtà e che, per tale motivo, necessitano essi stessi di sostegno psicologico. È errato ritenere che in tali situazioni sia il bambino ad aver bisogno primariamente dello psicologo; al contrario, l’intervento psicologico è rivolto soprattutto ai genitori.
Analogamente, i bambini con disturbi del comportamento potrebbero essere trattati in modo molto più efficace qualora, insieme a loro, venissero coinvolti anche i genitori nel percorso terapeutico. Molto spesso, infatti, sono gli stessi genitori ad aver contribuito allo sviluppo dei problemi psichici del bambino, sia attraverso fattori genetici sia mediante i propri stili educativi, metodi e pratiche di educazione.
Alcuni disturbi psichici, tipicamente associati all’età adulta, possono manifestarsi anche nei bambini. È il caso dei disturbi d’ansia, del disturbo post-traumatico da stress (PTSD), dei disturbi correlati allo stress e al trauma, nonché dei disturbi dell’umore. Al contrario, alcuni disturbi insorgono tipicamente durante l’infanzia, quali il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), i disturbi psicomotori, le difficoltà di apprendimento, i disturbi della condotta e il disturbo oppositivo-provocatorio.
In alcuni bambini possono inoltre essere osservati sintomi di disturbi psicotici, come ad esempio la schizofrenia, in particolare in presenza di una predisposizione ereditaria a tali patologie. Sempre più frequentemente si discute anche dell’eventuale presenza di tratti di personalità psicopatica nei bambini, già a partire dall’età prescolare; tuttavia, in ambito scientifico e clinico, permangono opinioni divergenti sulla possibilità di parlare di veri e propri disturbi di personalità in età evolutiva, poiché risulta difficile distinguerli dai disturbi del comportamento.
Disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD)
L’ADHD è l’acronimo inglese di Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder, ovvero disturbo da deficit di attenzione e iperattività. Si tratta di un disturbo del neurosviluppo che interessa l’attenzione (una funzione cognitiva legata alla capacità di concentrazione, indispensabile per lo svolgimento di determinate attività), il controllo degli impulsi e l’iperattività. I sintomi compaiono generalmente prima dei dodici anni e risultano spesso evidenti già in età prescolare. Il disturbo è pertanto caratterizzato da deficit dell’attenzione, impulsività e iperattività.
Il deficit dell’attenzione comprende difficoltà nel focalizzare e mantenere la concentrazione, soprattutto nelle attività che richiedono uno sforzo mentale e intellettivo, nonché difficoltà nel seguire e organizzare attività di natura cognitiva. Tale disturbo si manifesta molto frequentemente nel contesto scolastico, dove i bambini non riescono a mantenere l’attenzione su attività strutturate e orientate a uno scopo, mostrando di conseguenza comportamenti iperattivi e impulsivi.
L’impulsività si riferisce alla difficoltà dei bambini – così come degli adulti, poiché questo disturbo può manifestarsi anche in età adulta, sebbene rappresenti un problema più rilevante nell’infanzia, in quanto i bambini non sono ancora in grado di riconoscerlo pienamente come tale – di attendere il proprio turno, di non interrompere gli altri o di prendere decisioni in modo impulsivo senza considerare le possibili conseguenze.
L’iperattività si manifesta attraverso un’eccessiva irrequietezza motoria, per cui i bambini faticano notevolmente a rimanere seduti nello stesso posto e risultano difficilmente gestibili nelle attività scolastiche o strutturate che richiedono un impegno mentale. Tali bambini non riescono a rimanere tranquilli per periodi prolungati e mostrano un costante bisogno di attività.
Disturbo da disregolazione dirompente dell’umore
(inglese: Disruptive Mood Dysregulation Disorder – DMDD)*
Il disturbo da disregolazione dell’umore con esplosioni di rabbia (in inglese Disruptive Mood Dysregulation Disorder – DMDD) è caratterizzato da frequenti e incontrollati scoppi d’ira (manifestazioni verbali e/o fisiche di aggressività non proporzionate alla situazione), da una irritabilità cronica (rabbia, umore scontroso, ipersensibilità tra un episodio e l’altro), da risposte inadeguate allo stress e da marcate difficoltà nella regolazione delle emozioni. Tali difficoltà si manifestano attraverso una rabbia eccessiva nelle situazioni quotidiane, improvvisi cambiamenti dell’umore e difficoltà nel calmare il bambino dopo un episodio di collera.
Affinché la diagnosi possa essere posta, questi sintomi devono persistere per almeno un anno, manifestarsi almeno tre volte alla settimana e presentarsi in almeno due contesti differenti (ad esempio l’ambiente scolastico, familiare o le relazioni con i pari).
Disturbo oppositivo provocatorio (DOP)
Il disturbo oppositivo provocatorio nei bambini e negli adolescenti è caratterizzato da un persistente modello di comportamento rabbioso, irritabile, polemico e provocatorio nei confronti delle figure autoritative (genitori, insegnanti e altri adulti). Tali bambini entrano frequentemente in conflitto con gli adulti, rifiutano di conformarsi alle richieste o alle regole (ad esempio svolgere i compiti scolastici, riordinare la propria stanza, alzarsi puntualmente, frequentare la scuola, mantenere un comportamento adeguato in classe, ecc.), provocano ripetutamente gli altri e tendono ad attribuire agli altri la responsabilità dei propri errori o comportamenti inappropriati (attivazione di meccanismi di difesa proiettivi, che possono condurre a instabilità emotiva in età adulta).
Questi bambini appaiono spesso fortemente agitati, facilmente irritabili, ipersensibili alle critiche e manifestano comportamenti vendicativi, che devono presentarsi almeno due volte nell’arco di sei mesi affinché possa essere posta la diagnosi. I sintomi assumono rilevanza clinica quando compromettono il funzionamento scolastico, familiare o sociale, rendendo necessaria l’applicazione di una disciplina coerente e strutturata.
Molto frequentemente tali comportamenti emergono in contesti educativi caratterizzati da stili genitoriali incoerenti (ad esempio quando un genitore adotta uno stile permissivo e l’altro uno stile autoritario). Per questo motivo, nel trattamento di questo disturbo è spesso indispensabile coinvolgere anche i genitori, affinché il bambino venga adeguatamente supportato in tutte le situazioni in cui manifesta schemi comportamentali disfunzionali. La mancata presa in carico del disturbo durante l’infanzia può determinare conseguenze psicopatologiche più gravi in adolescenza e in età adulta; il disturbo può infatti evolvere verso un disturbo antisociale di personalità, con l’aumento di comportamenti trasgressivi e illegali, esposizione a procedimenti penali, sanzioni e possibili misure di istituzionalizzazione (ad esempio in strutture educative correttive o penitenziarie).
Disturbo della condotta
Il disturbo della condotta si riferisce a comportamenti significativamente più gravi rispetto a quelli osservabili nel disturbo oppositivo provocatorio ed è caratterizzato da un modello persistente di violazione dei diritti altrui o delle norme sociali fondamentali. I sintomi includono, tra l’altro: aggressività nei confronti di altre persone o animali (ad esempio provocare risse, deridere o molestare gli altri, violenza tra pari, il cosiddetto bullismo), distruzione di proprietà (danneggiamento, vandalismo, incendi dolosi, ecc.), una marcata tendenza alla menzogna e al furto, nonché gravi violazioni delle regole (assenze ingiustificate da scuola, fuga da casa, inosservanza della disciplina scolastica, commissione di reati).
Se non adeguatamente trattato, questo disturbo può evolvere in età adulta in un disturbo antisociale di personalità ed è particolarmente pericoloso in quanto rappresenta una minaccia per le persone dell’ambiente circostante, spesso più che per l’individuo stesso, comportando rilevanti conseguenze sociali e legali. La presenza di un disturbo della condotta durante l’infanzia o l’adolescenza costituisce un prerequisito diagnostico per il disturbo antisociale di personalità. Tuttavia, nella pratica clinica si osserva anche che alcuni individui, pur non avendo manifestato né ricevuto una diagnosi di disturbo della condotta in età evolutiva, possono presentare in età adulta comportamenti antisociali o una struttura di personalità compromessa, come risultato di differenti circostanze di vita.
Disturbi dello spettro autistico (DSA)
I disturbi dello spettro autistico rappresentano una sfida sempre crescente nella pratica psicologica e nell’ambito della pedagogia speciale (deficitologica), con una conseguente e crescente necessità di intervento da parte degli psicologi (nella fase di individuazione e diagnosi) e dei pedagogisti (nel trattamento e nell’intervento educativo). L’esperienza pratica indica che tali disturbi risultano sempre più evidenti tra i bambini in età prescolare (ad esempio nei servizi per l’infanzia). Inoltre, l’uso intensivo di strumenti tecnologici (telefoni cellulari, tablet, televisori) viene considerato un fattore che contribuisce in modo significativo allo sviluppo di questi disturbi, poiché i bambini che crescono prevalentemente esposti ai dispositivi tecnologici, piuttosto che alla comunicazione sociale, tendono a seguire un percorso di sviluppo differente e vengono più frequentemente diagnosticati con disturbi dello spettro autistico.
Tali disturbi sono caratterizzati da deficit persistenti nell’avvio e nel mantenimento della comunicazione sociale e dell’interazione sociale in diversi contesti.
Djeca ponekad pokazuju restriktivna ili ponavljajuća ponašanja i interese s čestim neprikladnim ili čudnim senzornim odgovorima na socijalne stimulacije. Simptomi se mogu primijetiti već u ranom djetinjstvu, kada socijalni zahtjevi postaju veći i kada dolazi do slabijeg prilagođavanja djeteta socijalnom okruženju. Ovaj poremećaj može da se javi sa ili bez intelektualnog zaostajanja u razvoju, kao i sa ili bez govornih poremećaja. Neka djeca s poremećajima iz autističnog spektra ne progovaraju na vrijeme, ali razumiju govor. Kod komunikacije s ovom djecom, nedostaje recipročnosti, tako da djeca ne daju odgovore, ne gledaju u oči, ne odazivaju se na ime. Imaju teškoće u razumijevanju neverbalnih znakova (gestikulacija, kontakt očima, facijalna ekspresija). Slabije formiraju ili održavaju socijalne interakcije (teško sklapaju i održavaju prijateljstva, u kasnijoj dobi i partnerske, ljubavne i druge odnose). Preferiraju samostalne aktivnosti odnosno samoću, te se teško prilagođavaju društvenim normama. Prave ponavljajuće pokrete poput ljuljanja, vrtenja, tapšanja rukama i sl. Insistiraju na rutinskim ritualnim ponašanjima i pokazuju otpor prema promjeni (ponašaju se prema određenom zamišljenom redu i jako se odupiru kada im se to poremeti). Imaju intenzivan fokus na specifične interese (npr. brojeve, vozove ili određene predmete ili ljude). Mogu biti pretjerano osjetljivi na određene zvukove, teksture, svjetla ili imati varijacije u toleranciji na bol. Dodatni simptomi mogu uključivati i anksioznost, nervoznost, te neobične odgovore na socijalne interakcije, bilo da izbjegavaju ili traže pretjeran angažman u istima. Ranije se govorilo o blažoj formi autizma nazvanoj Aspergerov sindrom, u kojoj pogođeni subjekti imaju prosječnu ili čak iznadprosječnu inteligenciju (dok se „klasični“ autistični poremećaj često vezivao i za postojanje zaostajanja u intelektualnom i govornom razvoju), sa snažno razvijenim govornim vještinama, ali s teškoćama u socijalnim interakcijama i sa intenzivnim fokusom na specifične interese. Ponekad se dešava da se dijete razvija „normalno“, a onda nastaje iznenadni gubitak govornih, motornih ili socijalnih vještina. Poremećaji iz spektra autizma se obično dijagnostikuju u ranom djetinjstvu, te ne postoji lijek za ovaj poremećaj, ali rane intervencije (kao što su terapija govora, trening socijalnih vještina, te bihejvioralne tehnike terapije) mogu pomoći djeci da poboljšaju svoje vještine i da se prilagode izazovima.
Difficoltà o disabilità dell’apprendimento
Le difficoltà o disabilità dell’apprendimento si manifestano nei bambini come disturbi specifici del neurosviluppo o di natura neurologica, che compromettono la capacità di apprendere secondo modalità tipiche, nonostante un livello intellettivo adeguato. Tali disturbi includono la dislessia, la discalculia e la disgrafia.
La dislessia si riferisce a difficoltà nella lettura, nella scrittura e nello spelling, nonostante buone capacità cognitive. La discalculia riguarda difficoltà nella comprensione e nell’esecuzione dei compiti matematici e delle operazioni di calcolo. La disgrafia comprende difficoltà nella scrittura, nello spelling e nell’organizzazione del pensiero in forma scritta. Questi disturbi non sono necessariamente correlati all’intelligenza generale, ma interessano specifici ambiti dell’apprendimento; pertanto, i bambini necessitano di forme di supporto e interventi specializzati per poter raggiungere risultati scolastici adeguati.
🇮🇹 Disturbi psicomotori (tic)
I disturbi psicomotori si riferiscono a movimenti o vocalizzazioni involontari e ripetitivi, comunemente indicati come tic. I tic motori possono essere semplici (brevi, rapidi e interessano piccoli gruppi muscolari, ad esempio ammiccamento, scatti del capo, movimenti del naso, sollevamento delle spalle, smorfie facciali) oppure complessi (movimenti coordinati che coinvolgono gruppi muscolari più ampi, come saltare, toccare oggetti o persone, ruotare il corpo, imitare i movimenti di altre persone – ecoprassia, o compiere gesti inappropriati od osceni – coproprassia).
I tic possono insorgere improvvisamente in situazioni di forte stress o in seguito a esperienze traumatiche; possono essere transitori o persistenti e manifestarsi in forma motoria, vocale o mista. Nella sindrome di Tourette possono essere presenti sia tic motori sia tic vocali, che includono, tra l’altro, brontolii, schiarimenti di gola, colpi di tosse o la pronuncia di parole oscene.
Periodo della pubertà e dell’adolescenza (tarda infanzia e giovinezza)
Il periodo della pubertà ha inizio con cambiamenti corporei evidenti, che possono essere osservati sia dai bambini stessi sia dai genitori e da altre persone dell’ambiente di riferimento. Tali cambiamenti sono il risultato di processi fisiologici dell’organismo e della maturazione biologica del corpo e conducono a una cosiddetta maturazione sessuale, che è di natura prevalentemente biologica e non necessariamente accompagnata da una corrispondente maturazione psicologica.
Questo aspetto deve essere attentamente considerato, poiché i bambini in età puberale e gli adolescenti risultano particolarmente suscettibili allo sviluppo della curiosità sessuale e possono intraprendere non solo attività sessuali solitarie, ma anche interattive. La sessualità diventa così uno dei temi centrali dello sviluppo e del comportamento dei giovani, rendendoli al contempo una categoria particolarmente vulnerabile, in quanto possono più facilmente diventare vittime di adulti o persone più grandi che possono sfruttarli sessualmente.
D’altro canto, i giovani possono anche coinvolgersi tra loro in comportamenti sessuali o in altre condotte a rischio, quali il consumo di droghe o alcol, la guida pericolosa e altre attività analoghe, che possono avere conseguenze negative sul loro futuro sviluppo psichico. Talvolta si tratta di semplice sperimentazione; tuttavia, non di rado tale sperimentazione può condurre a esiti indesiderati. Non sono infatti rari fenomeni quali gravidanze indesiderate in età adolescenziale, malattie sessualmente trasmissibili tra i giovani, lo sviluppo di comportamenti di dipendenza (da droghe o alcol) o l’abuso di sostanze psicoattive. Tali comportamenti possono inoltre condurre i giovani a entrare in conflitto con la legge e compromettere seriamente il loro benessere personale, così come quello delle persone che si prendono cura di loro.
L’amore erotico viene generalmente sperimentato per la prima volta dai giovani proprio durante l’adolescenza. In questa fase dello sviluppo, gli adolescenti iniziano a scegliere i partner di cui si innamorano; tuttavia, l’innamoramento adolescenziale è spesso accompagnato da una marcata idealizzazione dell’amore e da fantasie che lo rappresentano secondo i modelli proposti dai media (letteratura, cinema, cultura mainstream). Le ragazze possono immaginare il “principe sul cavallo bianco”, mentre i ragazzi la “principessa da risvegliare con un bacio” (in senso metaforico). Di conseguenza, l’amore può essere vissuto in modo ossessivo, con possibili ripercussioni sulla vita quotidiana, quali la trascuratezza degli impegni scolastici, la scarsa responsabilità nei confronti dei compiti domestici e scolastici, comportamenti imprudenti, l’assenza di protezione nei rapporti sessuali, il consumo di sostanze e altre condotte a rischio.
In tali circostanze, soprattutto quando il partner interrompe la relazione, possono manifestarsi comportamenti suicidari, episodi depressivi e altri disturbi psichici, proprio in relazione all’idealizzazione dell’amore. Anche gli adulti che tendono a idealizzare l’amore possono presentare problematiche analoghe, il che suggerisce la presenza di fissazioni a fasi precedenti dello sviluppo e di crisi evolutive non risolte, tipiche dell’età adolescenziale.
I disturbi che tipicamente insorgono durante la pubertà e l’adolescenza riguardano spesso l’ambito del comportamento sessuale, poiché in questa fase dello sviluppo emergono bisogni e interessi sessuali all’interno di un contesto sociale interattivo. L’adolescenza è inoltre caratterizzata dalla comparsa dei disturbi dell’alimentazione (Anoressia nervosa, Bulimia nervosa), in quanto in questo periodo diventano centrali le questioni legate all’immagine corporea, con il rischio di uno sviluppo di un concetto di sé alterato, che incide sulla formazione dell’identità psicosociale complessiva.
Riemergono comportamenti oppositivi già presenti nell’infanzia, che in questa fase risultano spesso più intensi e ribelli; di conseguenza, i giovani manifestano frequentemente atteggiamenti di opposizione rispetto alle richieste e alle aspettative poste nei loro confronti. Possono comparire assenze scolastiche ingiustificate e, in alcuni casi, anche allontanamenti da casa e altre condotte irresponsabili, che rappresentano segnali di allarme per la necessità di un intervento specialistico.
Gli adolescenti tendono a non richiedere autonomamente un aiuto professionale, poiché ritengono di non averne bisogno e di essere in grado di risolvere i propri problemi da soli. Al contempo, gli adulti non sempre possiedono una formazione adeguata in psicologia dell’adolescenza per poter instaurare un approccio efficace con giovani che presentano specifiche configurazioni di personalità. Per alcuni adolescenti l’istituzionalizzazione rappresenta l’unica soluzione possibile; in determinati casi può rendersi necessaria anche l’ospedalizzazione e un trattamento farmacologico, in particolare in presenza di disturbi psicotici, disturbi correlati all’uso di sostanze e violazioni delle norme giuridiche.
Alcuni giovani possono inoltre risultare particolarmente vulnerabili al rischio di diventare vittime di tratta di esseri umani, prostituzione minorile e altre forme di sfruttamento sessuale o sociale, fenomeni che possono essere più accentuati in specifici contesti socio-culturali. In generale, tutti i disturbi psichici che si manifestano nell’età adulta e nell’infanzia possono presentarsi anche durante l’adolescenza.
Una valutazione psicodiagnostica precoce e un intervento tempestivo contribuiscono in modo significativo a un migliore benessere degli adolescenti e delle persone che si prendono cura di loro. Più frequentemente, i genitori richiedono un supporto specialistico a causa di relazioni compromesse con i propri figli in età puberale o adolescenziale.
I giovani possono presentare molteplici problematiche, ma ciò che li occupa maggiormente riguarda l’immagine di sé, il proprio corpo e la percezione di come vengono visti dagli altri. La costruzione di un concetto di sé sano e di un sistema di valori stabile riveste un ruolo fondamentale per il successivo funzionamento emotivo e sociale degli adolescenti. I giovani diventano inoltre sempre più vittime del mainstream mediatico, poiché tendono a identificarsi con modelli proposti attraverso diverse piattaforme mediatiche.
Con la diffusione capillare di Internet, accessibile a chiunque in qualsiasi momento della giornata, anche i contenuti disponibili online esercitano un’influenza significativa sui giovani. L’esposizione continua a tali contenuti può condurre a una distorsione della percezione di sé e del mondo circostante. Questo fenomeno risulta particolarmente evidente nell’epoca contemporanea e nelle generazioni nate dopo gli anni Novanta, quindi nel terzo millennio, periodo caratterizzato da un rapido progresso tecnologico che ha portato con sé numerosi vantaggi, ma anche specifiche criticità.
I giovani tendono ad accettare in modo acritico ciò che viene veicolato dai media e, attraverso processi di identificazione con attori, cantanti e altre figure del mainstream, diventano più vulnerabili allo sviluppo di disturbi psichici. Una delle problematiche più rilevanti riguarda l’identificazione di bambini e adolescenti con cosiddette “professioni popolari” come TikToker, YouTuber e altre forme di influencer, che nella loro essenza non costituiscono veri e propri mestieri. Tali figure non si distinguono necessariamente per talenti specifici, ma piuttosto per modalità di guadagno economico, che i giovani finiscono per considerare come socialmente corrette o desiderabili.
Di conseguenza, molti adolescenti perdono interesse per l’apprendimento e per l’istruzione formale, ritenendo che l’educazione non sia indispensabile per raggiungere una sicurezza finanziaria. Le ingenti somme di denaro guadagnate attraverso tali modalità “influencer” diventano così un obiettivo centrale delle aspirazioni giovanili. Parallelamente, l’influenza dei media attraverso la musica, il cinema e altre forme di “arte mediatica” contribuisce sempre più a spingere i giovani verso un immaginario criminale con connotazioni violente. I giovani si identificano in modo acritico con individui orientati alla criminalità e percepiscono la “vita criminale” come qualcosa di attraente.
In questo contesto, i ragazzi possono immaginare di acquisire maggiore prestigio sociale attraverso comportamenti criminali, poiché il crimine viene spesso rappresentato secondo logiche di ipermascolinizzazione. Le ragazze, a loro volta, possono idealizzare giovani uomini coinvolti in attività criminali come partner desiderabili, sviluppando una particolare condizione psicologica nota come ibristofilia.
Ibristofilia
L’ibristofilia è una condizione (poiché non è ancora classificata come disturbo psicopatologico) in cui una persona prova attrazione sessuale nei confronti di individui che hanno commesso reati o che sono comunemente associati alla criminalità. Tale attrazione è particolarmente rivolta verso soggetti responsabili di reati gravi o violenti, come rapine, omicidi o traffico di sostanze stupefacenti.
Talvolta questa condizione viene indicata anche come “sindrome di Bonnie e Clyde”, in riferimento alla coppia criminale degli anni Trenta del secolo scorso, responsabile di una serie di rapine e omicidi.
L’ibristofilia può manifestarsi anche in età adulta ed è caratterizzata da una forte fascinazione nei confronti di individui considerati inclini alla criminalità, in particolare di coloro che sono stati condannati o imputati per reati gravi, come omicidi o comportamenti violenti. Le persone coinvolte sviluppano spesso la convinzione di poter “cambiare” o “salvare” il criminale da tali condotte, idealizzandolo e costruendo un’immagine positiva dello stesso nonostante i reati commessi.
Tali individui provano frequentemente eccitazione nell’interazione con persone appartenenti alla popolazione criminale e tendono a romanticizzare il crimine e il pericolo, ignorando o minimizzando gli atti di violenza perpetrati. Essi mostrano una propensione a giustificare i comportamenti criminali, individuando ripetutamente motivazioni o spiegazioni alla propensione al crimine. Sul piano comportamentale, queste persone possono risultare affascinate dai criminali al punto da scrivere loro lettere o cercare di stabilire una comunicazione durante il periodo di detenzione. Inoltre, ricercano attivamente relazioni con individui provenienti dal mondo criminale, sia quando questi si trovano in libertà sia quando sono incarcerati, arrivando talvolta a desiderare di instaurare con loro un rapporto stabile o addirittura un matrimonio.
I soggetti interessati assumono pubblicamente una posizione a difesa dei diritti dei criminali oppure si impegnano in comunità online (o in altri contesti) che sostengono o celebrano tali soggetti. Spesso sviluppano una fissazione per la visione di documentari sul crimine, per le narrazioni di true crime e per figure reali appartenenti al mondo criminale.
Si distingue tra una cosiddetta ibristofilia “passiva” e “aggressiva”. L’ibristofilia passiva implica un’attrazione emotiva o sessuale nei confronti di criminali, senza che i soggetti coinvolti si impegnino direttamente nella commissione di reati. Tali persone intrattengono spesso relazioni affettive o coniugali (le cosiddette unioni di fatto) con individui detenuti, anche durante il periodo di reclusione. In alcuni contesti sociali si osserva la tendenza di detenuti a instaurare relazioni attraverso reti sociali o conoscenze esterne, formalizzate per consentire visite regolari con possibilità di intimità.
Nella società sono numerosi gli esempi di ammiratrici di serial killer o di criminali violenti, spesso rappresentati dai media come “eroi”, che suscitano fascinazione soprattutto per il loro aspetto fisico. Proprio in questi individui che esercitano una forte attrazione si riscontrano frequentemente combinazioni di gravi disturbi di personalità, in particolare disturbo antisociale e disturbo narcisistico di personalità, talvolta associati a tratti psicotici, caratteristiche bizzarre della personalità e disturbi parafilici (disturbi di natura sessuale).
L’ibristofilia aggressiva implica anche una partecipazione attiva ad attività criminali insieme ai soggetti criminali verso i quali la persona ibristofilica prova attrazione. In questi individui sono spesso presenti un basso livello di autostima e un marcato bisogno di essere confermati da una persona percepita come “dominante” o “potente”, nonché una tendenza al controllo (in particolare quando il partner è detenuto e quindi non può instaurare altre relazioni). Tali persone mostrano inoltre una spiccata propensione alla ricerca di sensazioni forti ed eccitazione.
Esse possono presentare esperienze traumatiche pregresse, soprattutto legate ad abusi; tuttavia, tali manifestazioni possono emergere anche come conseguenza della “romanticizzazione” della criminalità nei media, attraverso film documentaristici o artistici, libri, musica e altri contenuti mediatici. Sebbene questa condizione non costituisca un disturbo ufficialmente riconosciuto nei sistemi di classificazione dei disturbi mentali, può rappresentare una fonte significativa di difficoltà nel funzionamento quotidiano delle persone che presentano tali “sintomi”.
Durante l’adolescenza la questione centrale diventa “chi sono io”, e i giovani cercano di rispondere a tale interrogativo attraverso la costruzione della propria identità e la sperimentazione in diversi ambiti della vita. In questo processo emerge anche la questione dell’identità psicosessuale, che può proseguire anche in età adulta qualora i conflitti non vengano risolti durante l’adolescenza.
Gli adolescenti possono rivolgersi allo psicologo per questioni legate alla propria identità psicosessuale e, più in generale, alla loro identità psicosociale, che si struttura proprio in questa fase dello sviluppo. La formazione dell’identità non è un compito semplice: agli adolescenti vengono posti numerosi requisiti e il periodo evolutivo è caratterizzato da cambiamenti rapidi e intensi, ai quali è necessario adattarsi. Al tempo stesso, gli adulti spesso richiedono agli adolescenti di rimanere bambini, ma anche di comprendere e affrontare le situazioni come adulti. Tali richieste contraddittorie collocano i giovani in una posizione di incertezza, in cui “non sanno come comportarsi”, portandoli a sperimentare ruoli diversi nel tentativo di definire se stessi.
Le difficoltà psicologiche che emergono durante l’adolescenza sono il risultato dell’interazione di fattori biologici (genetica, neurochimica cerebrale e cambiamenti ormonali), ambientali (conflitti familiari, esperienze traumatiche, pressione dei pari, social network e media) e psicologici (bassa autostima, stress legato al rendimento scolastico o accademico e problematiche identitarie).
Gli psicologi possono contribuire in modo significativo a una risoluzione più agevole ed efficace delle crisi e dei conflitti adolescenziali, a condizione che gli adolescenti instaurino una relazione terapeutica adeguata (transfert) con lo psicologo e siano motivati al lavoro psicologico. Alcuni adolescenti, a causa di problemi con la legge, vengono istituzionalizzati in strutture sottoposte alla supervisione dei tribunali e delle procure; tali soggetti richiedono un approccio multidisciplinare, che coinvolga professionisti di diversi ambiti, tra cui psicologia, psichiatria, pedagogia, servizio sociale, diritto e criminologia.
